Roma, post-10 giugno (impossibile non partire da lì). Demolito dagli spettatori e dai giornalisti, salvato da se stesso e dalla sua autoironia, a Paolo Ruffini va riconosciuto il merito di aver condotto l’edizione del David di Donatello più discussa di sempre. A riguardare le “bischerate” inanellate nel corso della serata (dalla «topa meravigliosa» riferita a Sofia Loren alle gaffe con Marco Bellocchio), il dubbio di una furba messa in scena, orchestrata alla perfezione ma travestita da inappropriata improvvisazione, sorge spontaneo. Non ci interessa riaprire il processo mediatico, quanto segnalare la faccia tosta (nel senso buono del termine) di un personaggio che ha comunque trovato il modo di svecchiare una cerimonia da sempre ingessata (a suo dire: «una rottura di c******i inenarrabile») e che, soddisfatto – della performance e del polverone sollevato –, il giorno dopo twittava: «Mi sa che Sanremo non lo presenterò mai».
Perché Ruffini, al di là dei pregi e dei difetti, è un personaggio per certi versi anacronistico, che da sempre ama viaggiare controcorrente. Uno che, in piena era digitale, ha girato il suo primo film da regista in pellicola (Fuga di cervelli) e «non si sente in colpa per non essere al passo coi tempi»; ha una collezione di 16.000 VHS e non riesce a guardare «Rambo se non col bollino di Canale 5 e la pubblicità tagliata». È un bischero che anche dietro la macchina da presa rifiuta di prendersi sul serio e più che garantire la qualità del prodotto punta sul divertimento e una comicità “presa in prestito” da YouTube. Una strategia sulla quale nutriamo parecchie perplessità, ma che lui ha continuato ad adottare anche in Tutto molto bello, sua seconda prova da regista. In uscita il 9 ottobre, il film vede nel cast molti volti di Colorado, il programma che Ruffini conduce dal 2011: da Chiara Francini a Gianluca Fubelli, ad Angelo Pintus. «Sono a pezzi. Giro la notte e monto di giorno» ci confessa nel poco tempo che può concederci. Basta qualche secondo per capire che in realtà saremo noi a dover fermare questo fiume in piena.

Però è un po’ come essere in famiglia. È più il divertimento che non la fatica.
«Be’, questo è molto bello da scrivere, al di là della verità. Lavorare con persone a cui si vuole bene è impagabile, però la fatica è tanta».

Cosa ci puoi svelare del film?
«È la storia di due futuri padri – molto diversi: io interpreto un pessimista nato, Frank Matano, invece, un ottimista – che casualmente si incontrano in ospedale e nell’arco di una notte capiranno se sono adeguati o no a questo difficile ruolo. Nel frattempo accadranno loro cose folli, complice un rocker fallito con il mito di Pupo che ha il volto di Gianluca Fubelli. O Scintilla, come lo chiamo io». […]

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