Resurrection: abbiamo intervistato Shu Qi, protagonista del capolavoro di Bi Gan al cinema dal 23 aprile
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Resurrection: abbiamo intervistato Shu Qi, protagonista del capolavoro di Bi Gan al cinema dal 23 aprile

L’attrice è protagonista del nuovo film di Bi Gan, presentato a Cannes e in arrivo nelle sale italiane: un’opera visionaria che intreccia memoria, tempo e identità

Resurrection: abbiamo intervistato Shu Qi, protagonista del capolavoro di Bi Gan al cinema dal 23 aprile

L’attrice è protagonista del nuovo film di Bi Gan, presentato a Cannes e in arrivo nelle sale italiane: un’opera visionaria che intreccia memoria, tempo e identità

Dopo aver conquistato la critica internazionale e il Premio della Giuria al Festival di Cannes, Resurrection, ultima fatica dietro la macchina da presa del regista cinese Bi Gan, arriva finalmente nei cinema italiani dal 23 aprile.  Il regista di Long Day’s Journey Into Night torna sul grande schermo con un’opera ambiziosa e stratificata, che sarà distribuita in versione originale sottotitolata, in cui il tempo si dilata, la narrazione si frammenta e lo spettatore è chiamato a immergersi in un flusso visivo e sensoriale che sfida le convenzioni del racconto classico.

A portare in vita questo racconto che sfugge a ogni definizione di linearità ci sono, tra gli altri, alcuni degli interpreti più significativi del cinema asiatico contemporaneo: Shu Qi, Jackson YeeMark Chao. Ambientato in una dimensione sospesa tra realtà e sogno, Resurrection segue un percorso frammentato e suggestivo, in cui tempo e memoria si intrecciano costantemente. I personaggi attraversano spazi che sembrano mutare sotto i loro occhi, mentre il passato riaffiora in forme elusive, costruendo un’esperienza che si sviluppa più per immagini e sensazioni che per eventi. È un viaggio visivo e interiore, in cui lo spettatore è chiamato a lasciarsi guidare dalle atmosfere e dalle connessioni sottili che emergono tra i frammenti narrativi.

In un tempo indefinito, l’umanità ha scoperto che l’immortalità passa attraverso la rinuncia ai sogni. Eppure esistono ancora esseri che continuano a sognare: sono i Fantasmers, individui che, consumando lentamente la propria vita, acquisiscono la capacità di muoversi tra visioni e linee temporali diverse. Quando uno di loro viene rinvenuto in una fumeria d’oppio da una misteriosa ragazza, viene riportato in vita grazie a un gesto fuori dall’ordinario: una pellicola cinematografica viene innestata nel suo corpo. Da quel momento ha inizio un viaggio che lo porterà ad attraversare epoche e identità differenti, vivendo esistenze multiple fino alla fine del mondo – e forse fino alla fine del cinema stesso.

Non è la prima volta che Shu Qi si confronta con un cinema d’autore così stratificato, ma Resurrection rappresenta una tappa particolarmente significativa del suo percorso, anche alla luce della recente svolta verso la regia. Negli ultimi anni, infatti, l’attrice taiwanese ha iniziato a interrogarsi sempre più profondamente sul linguaggio cinematografico, esordendo recentemente anche alla regia.

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistarla proprio in occasione della presentazione ufficiale del suo primo lungometraggio, Girl (Nǚhái), alla Mostra del Cinema di Venezia 2025. Ambientato nella Taiwan del 1988, Girl segue la giovane Hsiao-lee, una ragazza cresciuta in un ambiente segnato dal silenzio e dall’ombra, che trova un primo spiraglio di luce nell’incontro con Li-li, una coetanea dal carattere opposto, libera e luminosa, capace di incarnare «i sogni che lei stessa aveva represso» . Ma proprio quando quella possibilità di cambiamento sembra concretizzarsi, il passato della madre riaffiora, trascinando la protagonista in un ciclo di dolore difficile da spezzare.

Il passaggio dietro la macchina da presa è avvenuto in maniera spontanea, come ci ha raccontato: «Sono un’attrice da quasi trent’anni e raccontare storie è sempre stata la mia passione. Sentivo il bisogno di raccontare qualcosa di personale nel modo più autentico possibile, e per farlo ho deciso di partire da una storia “piccola”, ma molto significativa. Durante la scrittura mi sono posta molte domande, anche su me stessa, e ho cercato di ricordare e ricostruire il mio passato». Nello specifico, il primo pensiero concreto è arrivato dopo essere stata membro della giuria nel 2023 proprio in laguna: «Dopo aver visto tanti film meravigliosi, ho sentito un impulso molto forte: smettere di pensarci troppo e finire la sceneggiatura». Così, racconta, «sono rimasta a Milano e in poco più di due settimane ho completato finalmente il film che avevo in mente da anni» .

Alla base del film c’è una riflessione molto precisa: «Volevo parlare di questioni sociali, in particolare degli abusi familiari». Un tema che attraversa il racconto e che si lega a una domanda più ampia: «I bambini che crescono in contesti violenti rischiano di portare con sé quel dolore anche nella generazione successiva. Mi sono chiesta: come possiamo interrompere questo ciclo? Come possiamo proteggere i bambini? È un dolore che si trasmette e che rende le famiglie luoghi non felici. Con questo film spero di aumentare la consapevolezza e invitare le persone a prendersi più cura dei bambini, per costruire famiglie più amorevoli». Il processo creativo, che ha scavato direttamente nella storia personale dell’attrice, è stato lungo e travagliato. «Ho continuato a scrivere, riscrivere, distruggere e ricostruire tutto», spiega. «Ho passato anche un anno intero solo a pensare al finale».

Per quanto riguarda la giovane attrice protagonista: «Il casting è stato molto importante. Ho visto moltissime bambine e ragazze, tra gli 8 e i 16 anni, in tutta Taiwan. Cercavo qualcuno che fosse davvero vicino all’immagine che avevo in mente per il personaggio: qualcuno di autentico, con una presenza forte ma anche fragile. Alla fine ho scelto un’attrice che mi ha colpito subito: aveva qualcosa di unico, anche nei dettagli fisici, come gli occhi, che creavano un legame molto forte con il personaggio. Per me era fondamentale che ci fosse una connessione naturale tra attrice e ruolo».

Nel cuore di Girl c’è il rapporto tra madre e figlia, ma Shu Qi invita a non leggerlo in modo superficiale: «Molti pensano che si tratti di incomunicabilità tra generazioni, ma per me non è così». Piuttosto, è il passato che ritorna e chiede di essere affrontato: «Quando si cresce, si iniziano a fare domande: perché è successo? Perché mi hai lasciato così? Non è solo una questione di comunicazione mancata, ma di memoria e trauma che riaffiorano. È un processo interiore molto complesso».

Una dinamica che si riflette anche nella costruzione dei personaggi. «Xiao Li è un personaggio particolare. Anche se appartiene alla stessa famiglia, reagisce in modo completamente diverso. Una figlia esprime apertamente il disagio, l’altra invece lo assorbe, lo interiorizza. È qualcosa che ho osservato anche nella vita reale: bambini cresciuti nello stesso ambiente possono sviluppare risposte emotive opposte. Alcuni diventano molto sensibili e consapevoli, altri invece sembrano non reagire, ma in realtà stanno semplicemente vivendo il dolore in modo diverso». Un aspetto che rende il racconto ancora più complesso e vicino alla realtà.

Non a caso, anche il titolo assume un significato più ampio: «Il titolo può riferirsi a più persone: Xiao Li, Li Li, ma anche alle loro madri. In fondo, tutte le donne sono state bambine. Questo è il punto: ogni donna porta dentro di sé quella “ragazza”». Ed è proprio questa consapevolezza a rendere la storia universale: «Credo che questa storia possa succedere in qualsiasi parte del mondo».

Alla domanda se nella sua giovinezza ci sia stato un momento di rottura, un gesto “trasgressivo” che oggi riesce a guardare con occhi diversi, Shu Qi non esita a tornare con la memoria a un episodio molto personale: «Quando avevo 15 anni sono scappata di casa. Era un momento molto difficile: non riuscivo più a vivere in quell’ambiente e avevo paura, perché non sapevo cosa mi aspettasse fuori. Per una ragazza così giovane è una scelta enorme. Ho vissuto un periodo di grande confusione, ma oggi guardo a quel momento con più consapevolezza. È stata un’esperienza dura, ma anche formativa».

Se Girl rappresenta un viaggio intimo e personale, Resurrection segna invece un’altra tappa fondamentale nel percorso di Shu Qi, questa volta guidata dallo sguardo visionario di Bi Gan. Due opere molto diverse, ma unite da una stessa tensione: quella verso un cinema che indaga la memoria, le ferite e ciò che resta – invisibile ma persistente – dentro le immagini e dentro di noi.

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