Richard Gere: «Ormai faccio film da outsider». Intervista al protagonista de La Frode
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Richard Gere: «Ormai faccio film da outsider». Intervista al protagonista de La Frode

La star di Ufficiale e Gentiluomo interpreta un magnate della finanza che affonda in una spirale di bugie e crimini

Richard Gere: «Ormai faccio film da outsider». Intervista al protagonista de La Frode

La star di Ufficiale e Gentiluomo interpreta un magnate della finanza che affonda in una spirale di bugie e crimini

Capita, a volte, che un ruolo, un personaggio di un film che ha riscosso particolare successo, negli anni resti cucito al proprio attore: movenze, mimica facciale, o semplicemente il modo di parlare che proprio non se ne vogliono andare. Nel caso di Richard Gere, è successo il contrario. Conoscendolo di persona capisci che è grazie a lui che il famoso “ufficiale” si è meritato l’aggettivo “gentiluomo”. Elegante quanto basta, sorridente e di buon umore – anche quando un giornalista cerca di metterlo in difficoltà sul tema della religione – ha incontrato la stampa per presentare il thriller finanziario La frode, in sala dal prossimo 14 marzo, in cui interpreta un magnate della finanza che si vede costretto a vendere il suo impero per evitare la bancarotta.

Stavolta il suo personaggio è un “perdente”, soprattutto nei rapporti familiari: cosa l’ha spinta ad accettare?
«La sceneggiatura, che mi ha fatto riflettere su due cose. Ho pensato al magnate Bernard Madoff che ha generato una delle più grandi frodi finanziarie di tutti i tempi, e a Ted Kennedy, che fu protagonista di quel famoso e scandaloso incidente automobilistico dove morì la sua segretaria: lui scappò e si ripresentò due giorni dopo con delle spiegazioni senza  senso. Così ho pensato alla veridicità di questa storia e di come, a volte, capiti che uomini buoni facciano cose cattive e completamente assurde».

Questa storia è un thriller con molte sfaccettature, tra cui il dramma familiare.
«È merito del regista che ha approfondito lo studio della personalità di ogni personaggio, ci ha inserito i toni del noir, e anche una storia d’amore, mischiando il tutto in maniera semplice e  uniforme. C’è questo ticchettio dell’orologio che si sente per tutto il film che segna i minuti, le ore che passano, e non fanno che aumentare la pressione per tutti i problemi da risolvere. L’unica cosa che c’era da capire era come mettere insieme tutti questi incredibili intenti narrativi, ma credo che sia stato fatto in maniera fluida, quasi senza sforzo, con un ottimo risultato. Se avete notato, nel film, io non sto mai fermo, sono in continuo movimento, mi muovo e mi agito come uno squalo che sa che non può fermarsi altrimenti morirebbe, proprio per enfatizzare la pressione, la crescente ansia. È un mondo dipinto da vari punti di vista: c’è quello del poliziotto, quello degli uomini ricchi e potenti, quello delle donne ricche che sono un’altra cosa, quello dei giudici, quello della città di New York. Quest’ultima rappresentata per quello che è: perché la città di New York è un mondo a parte, c’è l’America e c’è New York, che è un po’ il centro del mondo di oggi».

Lei che fa questo lavoro da tantissimi anni, come si giudica? Un intoccabile del mondo cinematografico, oppure un outsider?
«Diciamo che sono un socio del club, e continuo ad operare da socio. Ma il cinema e la sua situazione oggi è davvero cambiata, sia in Europa che in America. Basti pensare che un film come questo è stato realizzato con pochissimo budget, in soli 31 giorni, e viene presentato come fosse una grande produzione hollywodiana. È un film realizzato molto bene, un film da outsider, e non è stato facile farlo. Ma ci siamo riusciti».

A un certo punto del film, il suo personaggio si trova nei guai e chiama in soccorso un ragazzo nero di Harlem: a livello di sceneggiatura, è ancora un opzione valida?
«Penso proprio di sì, anche perché non incarna il classico stereotipo del ragazzo malfamato. Anzi, il personaggio di Nate Parker, ovvero Jimmy, è un ragazzo puro, che decide di aiutarmi per onorare un vecchio legame con suo padre, ma soffre nel doversi sporcare le mani. È curioso poi come tutti noi ci siamo accorti che quello poteva diventare un luogo comune soltanto a fine riprese. C’è una battuta molto simpatica all’interno del film in cui io spiego a Jimmy come la polizia non potrà fargli nulla perché non ha prove, e lui mi dice: “Stai scherzando? Sono nero! Sono un ragazzo nero di Harlem, e tu mi dici che non hanno prove?”».

Qualche anno fa dichiarò di non sentirsi ancora pronto per diventare un regista: la pensa ancora così?
«In realtà sto sviluppando vari progetti, potrei dirigere qualcosa, ma non sento ancora quella spinta che ti porta dietro la macchina da presa. Quello che faccio nel mio tempo libero è lo studio della natura e della mente, è uno studio a tempo pieno che occupa tutto il mio tempo, cercare di capire chi siamo e come opera la realtà, come siamo noi all’interno di essa. Impegna moltissimo tempo, ed è una cosa che faccio costantemente, monitorando atteggiamenti e persone. Poi c’è mio figlio, che è un adolescente, e ho come la strana sensazione che posso vivere con lui ancora qualche anno prima che segua la sua strada: questo è tempo di qualità al quale non voglio rinunciare. In più c’è la questione del Tibet, che impegna gran parte delle mie energie, una questione terribilmente incresciosa cui cerchiamo costantemente di capire come si possa porre rimedio».

Cosa pensa delle dimissioni del Papa, lei che è un uomo profondamente spirituale?
«Non essendo cattolico, non ho un’opinione a riguardo: ho molto rispetto per tutto ciò, ma non ho una connessione, un vero legame. Non saprei cosa dire, costituisce sicuramente un grande cambiamento ma nulla di più per me».

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