Non ha di certo inventato il cinema, ma se c’è qualcuno che continua a restituirgli la sua giovinezza questi è Robert Zemeckis, da sempre capace di lasciare un segno nell’immaginario collettivo mescolando poesia e tecnologia.
Basti pensare a film come Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit – primo esperimento complesso e compiuto di fusione fra animation e live action –, e Forrest Gump, ma anche alle incursioni “pionieristiche” nei territori della performance capture, da Polar Express a Beowulf. E arrivato a 66 anni Bob, così si fa chiamare, non ha perso l’appetito e la voglia di stupire. Ha appena finito di girare un film dolce e amaro, difficilmente inquadrabile nelle griglie di un genere. È un dramma ma è anche una storia solare e a tratti divertente, certamente surreale. Si intitola Benvenuti a Marwen e racconta una storia vera, ispirata al documentario Marwencol.
Il protagonista è Steve Carell nei panni di Mark, vittima, pur non essendo gay, di un’aggressione a sfondo omofobo. In seguito al trauma perde sicurezza, coscienza e la memoria di se stesso e costruisce un mondo in miniatura dove rifugiarsi e trovare serenità. Un mondo ambientato nella Seconda guerra mondiale, raccontato tramite le sue fotografie, ricco di personaggi femminili che saranno la chiave di volta sia nella finzione sia nella sua vita reale. Prima della proiezione cui abbiamo assistito, Zemeckis ci ha detto, quasi con titubanza: «È un film diverso da qualsiasi altra cosa abbiate mai visto, un film speciale, nuovo, originale. Spero vi piaccia, ma è necessario abbiate voglia di immergervi in un mondo sconosciuto e accettarne le regole». Quando lo abbiamo reincontrato poche ore più tardi, questa è la chiacchierata che ne è venuta fuori.
Avevi ragione, questo è un film speciale. Perché hai voluto “avvisarci” prima della proiezione?
«Non so mai se un film piacerà al pubblico, se la gente pagherà il biglietto per andarlo a vedere, ma “questo è il business che ho scelto”, citando le parole di Vito Corleone».
Io l’ho trovato elegante, dolce, classico, doloroso. Per te che cosa è?
«Tutte queste cose messe insieme ma il tema principale è il potere taumaturgico dell’arte. Non è un tema evidente nel film, ma è sottinteso e ci credo molto. L’arte guarisce i grandi traumi e le piccole confusioni. Ascoltiamo musica, leggiamo libri, guardiamo spettacoli anche per questa ragione. L’arte è vita e serve ad affrontarne i guai e misteri».
Perché proprio questa storia?
«Mi ha affascinato il fatto che a Mark non interessasse far conoscere il suo mondo, le sue fotografie. Lo faceva perché sentiva di doverlo fare. Un aspetto che mi ha fatto identificare con lui nel profondo. E poi perché tra una fotografia e l’altra inventava storie molto elaborate solo per se stesso. Ho capito che quello che accadeva tra una foto e l’altra poteva essere raccontato perfettamente in un film».
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Foto: © Universal Pictures
