Samuel Wilder, meglio noto al grande pubblico come Billy Wilder, era un ebreo polacco, formatosi prima come cronista e ballerino, poi come sceneggiatore e regista, espatriato a Parigi nel 1934 (a causa dell’ascesa di Adolf Hitler) e poi trasferitosi a Los Angeles. All’inizio della sua carriera nel mondo del cinema, Wilder si distinse per i suoi film drammatici, influenzati dallo stato emotivo pessimista del regista. Tra questi vale la pena ricordare il misconosciuto I cinque segreti del deserto e, ovviamente, La fiamma del peccato e Viale del tramonto. Già in queste pellicole Wilder, allievo (quantomeno spirituale) di Ernst Lubitsch, mise in luce uno stile di regia incredibilmente raffinato ed elegante e, per questo, apparentemente invisibile. È però negli anni ’50, con il boom economico e il cambio di clima politico, che Wilder tira fuori il suo lato più leggero e divertente e può mettere a pieno frutto il suo tocco leggero. È la volta di Sabrina, Quando la moglie è in vacanza, Arianna e, soprattutto, A qualcuno piace caldo, suo capolavoro e, secondo alcuni (tra cui il sottoscritto), uno dei film più belli e perfetti della storia cinematografica tutta. Ci si potrebbe dilungare a lungo sulle qualità e peculiarità della pellicola, ma visto che c’è un ragguardevole numero di testi a riguardo, non lo faremo, concentrandoci invece sul contesto storico in cui venne girata e proiettata nei cinema e su una scena in particolare.

È il 1954 e il codice Hays è in pieno vigore, con le sue regole bizantine e assurde su cosa si poteva mostrare in una pellicola per non offendere il comune senso del pudore e non corrompere l’alta morale americana. Erano proibiti il nudo e le danze lascive, la messa in ridicolo della religione, il mostrare un consumo eccessivo di alcolici (quando non richiesto dalle esigenze narrative), ogni riferimento alle “perversioni sessuali”, le parole volgari e un mucchio di altra roba che rende una storia interessante. In questo contesto, Wilder e il suo cosceneggiatore di fiducia, I.A.L. Diamond, portano in scena la storia di due musicisti (Jack Lemmon e Tony Curtis) che, unici testimoni di una sorta di strage di San Valentino, per sfuggire ai gangster, sono costretti a travestirsi da donne e unirsi a una band tutta al femminile, con una cantante (e suonatrice di ukulele) molto speciale: la bellissima e svampita Sugar, interpretata da Marilyn Monroe. Da quel momento in poi è tutto un gioco di fraintendimenti e riferimenti sessuali, fino alla storica battuta finale in cui Lemmon, costretto dall’insistenza di un ricco spasimante a rivelare di essere in realtà un uomo, si sentirà rispondere: “Nessuno è perfetto”.

Tra i tanti momenti meravigliosi del film vale la pena ricordarne uno particolarmente anarchico: siamo ancora all’inizio della pellicola e Lemmon e Curtis sono appena saliti sul treno assieme al resto della banda musicale. È la prima notte che le nuove “ragazze” passano con tutte le altre e si vede andare in scena una sorta di festino, involontariamente innescato dal personaggio di Lemmon che avrebbe preferito rimanere da solo con la bella Sugar, a base di alcol, snack al formaggio e un numero infinito di deliziosi baby doll.

Lo spazio scenico è a dir poco angusto con un cast imponente stretto nel vagone del treno (ovviamente ricostruito in set per permettere alla camera da presa di muoversi con maggiore facilità) e striminzite cuccette (1).

Wilder gioca sull’accumulo per scatenare la comicità. Si parte prima con Marilyn, che si infila nel letto di Lemmon (2)

e si stringe a lui, poi le ragazze diventano due, poi tre, poi sono una moltitudine che affollano tutto lo spazio dell’inquadratura in un tripudio di gambe, seni e natiche (3).

Le infinite anatomie femminili, strette l’una all’altra, sostituiscono la scenografia, diventando esse stesse oggetto scenico, al punto che Tony Curtis spunterà dal suo giaciglio attraverso una tenda teatrale fatta di splendide gambe femminili che pendono sopra di lui (4).

Una rappresentazione che si fa completamente beffa del codice Hays e che Wilder riesce a portare in scena grazie all’infinito gusto con cui riprende tutto quanto. Non nasconde nulla (anzi, è particolarmente insistita una bella ripresa sul fondoschiena della Monroe) ma non sottolinea nulla, lascia che la scena si dipani con quella naturalezza (per nulla naturale) che hanno i migliori balletti. Ogni movimento è perfettamente coreografato, ogni inquadratura perfettamente studiata, con il preciso scopo di far ridere e, allo stesso tempo, irretire lo spettatore, ponendolo nella stessa condizione imbarazzante e spassosamente comica in cui si trovano i personaggi protagonisti della scena.

Wilder, sornione e discreto, provoca il sistema americano in maniera intelligente e sovversiva, mascherando tutto dietro ad un sorriso. E la fa franca. In scena c’è di tutto: perversioni sessuali, consumo eccessivo di alcol, ma la macchina censoria non batte ciglio e lascia che il film arrivi nelle sale così come è stato concepito. La perfezione del tono, la sobrietà del tocco, la squisitezza delle inquadrature, mascherano l’intento destabilizzante del regista e gli permettono di dare una sonora spallata alla morale bacchettona del tempo. La dimostrazione di come non è mai il “cosa” ma il “come” e, in fatto di “come”, Wilder non è secondo a nessuno. E sì, l’uso del tempo presente è voluto.

Foto: © Ashton Productions, The Mirisch Corporation

A QUALCUNO PIACE CALDO

  • Regia: Billy Wilder
  • Interpreti: Marilyn Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon
  • Distribuzione: Fox H.E.
  • Formato: Blu-ray
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