Capelli lunghi, pizzetto folto, viso scavato; alto, magro, introverso. Ma se si mette in moto, in un attimo è un fiume in piena. Roberto Recchioni è ormai per tutti la “rockstar del fumetto italiano”Avevo scritto un pezzo ironico, e scherzando mi sono chiamato così, da solo: la gente non l’ha dimenticato») e con quell’aspetto una rockstar la ricorda pure fisicamente. Patito di tecnologie, curatore di uno dei blog più seguiti in Italia (l’anno scorso era decimo nella classifica nazionale), creatore insieme a Lorenzo Bartoli di John Doe e Detective Dante, Recchioni è oggi tra le personalità più in vista del mondo delle nuvole che parlano italiano, grazie all’ambiziosissimo progetto Orfani e all’incarico di curare – per espressa volontà di Tiziano Sclavi – il restyling del più amato fumetto di casa Bonelli: Dylan Dog. Lo abbiamo intervistato – lui impegnato a montare per l’ennesima volta la sua PS4, «che non va!», e noi al nostro desk – e gli abbiamo chiesto di questa nuova fase di Dylan Dog e dei suoi altri progetti.

Come in tutte le storie d’amore, anche in quella tra te e Dylan Dog ci sarà stato un inizio. Raccontaci come vi siete incontrati.
«Avevo 12 anni. Era inverno. Stranamente stavo al mare: un sacco di storie dei fan di Dylan Dog iniziano con “l’ho comprato mentre stavo al mare”. Anche io stavo al mare, ma era inverno. Comprai il numero 5, Gli Uccisori. Poi ordinai gli arretrati pagandoli con i francobolli come si faceva all’epoca… E da lì è continuato. Dylan Dog era il punto di unione tra il fumetto autoriale e quello popolare italiano che fino a quel momento non mi aveva mai preso granché».

Parliamo di questa Fase 2 di Dylan.
«Io la definisco “downgrade”: proviamo a riportare Dylan Dog al suo spirito originale. Era una testata che inquietava il lettore, che lo portava a porsi domande a cui era difficile dare una risposta: questo è quello che vogliamo riavere. Un fumetto emozionante per chi lo legge».

Dylan Dog è sempre stato un veicolo per avvicinare il pubblico, grande o piccolo che fosse, a temi delicati come la diversità. Tra i tuoi obiettivi c’è anche questo?
«Non lo so. Questa necessità di avvicinare il personaggio ai grandi temi ha portato nel corso degli anni a una serie di storie molto pretenziose. Io credo che quello che serve sia raccontare innanzitutto storie calate nell’oggi, legate al sentire comune, che era quello che faceva Tiziano: era perfettamente in sintonia con lo spirito del suo tempo. E poi scriverle bene. Non con la volontà di moraleggiare e dire alle persone come si deve vivere, ma scrivendole ponendo l’attenzione su elementi conflittuali della società in cui viviamo». […]

(Foto: Massimo Carnevale)

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