«Lo voglio più tattico. Più aggressivo. E lo voglio nero». E se il vostro pensiero è corso alla moto del Batman di Chris Nolan, che Bruce Wayne in persona chiese fosse dipinta in total black, siete fuori strada. Non stiamo parlando di un mezzo di trasporto, né di un oggetto di design, ma di un essere umano. O meglio: del suo guscio (quasi) senza vita, arso vivo in un attentato e trasformato in arma letale da Raymond Sellars, CEO della OmniCorp, multinazionale leader del mercato della robotica. Stiamo parlando del poliziotto del futuro, il vero “Uomo d’acciaio” che da semplice giustiziere di Detroit punta a conquistare il mondo in nome della giustizia. Nessuna pietà, nessun errore, nessuna seconda chance per i criminali: vivi o morti, andremo tutti con lui.
«Non chiamatelo remake»
Joel Kinnaman, origini svedesi, una breve carriera che ha toccato il suo apice nella serie tv The Killing, usa questa frase per parlare del suo RoboCop, ultimo (in ordine di tempo) degli storici franchise sci-fi anni Ottanta a venire rivitalizzato in questo inizio di secolo. Ma potrebbe anche parlare del suo RoboCop, nel senso del cyborg di Detroit, il poliziotto che fu carne e che è rinato macchina; un reboot della nostra specie, il primo passo verso la nascita dell’uomo del futuro, un sogno cronenberghiano in cui sangue e metallo si fondono. Oppure, chi lo sa, magari stava filosofeggiando, e facendo riferimento al modo in cui José Padilha – il regista brasiliano di Tropa de elite sulle cui spalle grava il peso di questo progetto – ha riletto le idee liberal-distopiche del film di Paul Verhoeven, trasformandole in riflessioni sul rapporto tra tecnologia e arte della guerra.
Insomma, le parole sono tre, e sono semplicissime, ma sono solo l’anticamera di un mondo complesso, di un sottobosco di suggestioni che accompagnano quello che, lasciateci azzardare una previsione, sarà il caso sci-fi del 2014. «Non chiamatelo remake»: è giunto il momento di lasciarsi alle spalle quell’anticamera e addentrarsi nel mondo di Alex Murphy, tra ossa, sangue, ingranaggi e proiettili.
Ritorno agli anni Ottanta
È una considerazione talmente abusata da essere ridondante: in questi anni, a Hollywood, non sanno fare altro che riciclare idee vecchie di decenni, e gli anni Ottanta della fantascienza (e Paul Verhoeven in particolare) sembrano diventati il bersaglio preferito degli Studios. Prima Dredd, poi Atto di forza, e ora tocca a RoboCop, forse il più delicato da maneggiare. Per una volta, infatti, non c’è nessuna graphic novel o romanzo a cui attingere per trovare ispirazione, ma una sceneggiatura originale, nata, come tutte le grandi storie, da un’intuizione che colpì lo sceneggiatore Edward Neumeier nel 1986: «In Blade Runner i poliziotti davano la caccia ai robot. Pensai: “E se i poliziotti stessi fossero robot?”». RoboCop era la risposta. Ne nacque un film ultraviolento e quasi fumettoso nei toni, come da tradizione di Verhoeven, soprattutto intriso di un sarcasmo cinico e nerissimo che metteva alla gogna i vizi della società americana degli anni Ottanta: le manie di controllo, il capitalismo a tutti i costi e la nascita delle megacorporazioni, il costante controllo dei media.
Leggi tutto l’approfondimento su Best Movie di febbbraio
© RIPRODUZIONE RISERVATA