Non sono i lineamenti che impressionano, sono talmente regolari che non li vedi. Piuttosto è la qualità orientale della pelle, non ha nei, non ha rughe, sembra un pezzo di roccia. Rooney Mara è al Festival di Roma per presentare Trash (in sala dal 27 novembre), storia di tre ragazzini brasiliani delle favelas che ritrovano un portafoglio smarrito contenente gli indizi per mettere le mani su una montagna di soldi sporchi, finendo ovviamente in un mare di guai. Lei interpreta una volontaria di una missione cattolica che cerca di dar loro una mano, scontrandosi con la polizia corrotta. Quando la incontriamo indossa una camicia bianca chiusa al collo fino all’ultimo bottone e pantaloni neri con una striscia lucida, da smoking, che scendono larghi lungo i fianchi. Si muove pochissimo, ha una compostezza estrema che è un costume sociale, una differenza di classe, viene da una famiglia ricchissima. Non è comunque mai antipatica, non è restia, sembra invece stupita, se una domanda non le è chiara ti guarda con un principio di sconcerto.

Best Movie: Tu sei molto impegnata nel volontariato. Questo ha influito nella scelta del ruolo?
Rooney Mara: «Non saprei dire se è stata la cosa decisiva. Ho iniziato a viaggiare quando avevo 17 anni, poi sono andata in Sud America dove ho lavorato per quattro mesi come volontaria, e infine c’è stato il tempo che ho trascorso in Kenya… Ovviamente è un altro mondo rispetto al Brasile, ma sono state tutte esperienze molto importanti, soprattutto per il fatto di stare a contatto con i bambini».

BM: Com’è stato lavorare con i tre giovanissimi protagonisti del film?
RM: «È stata sicuramente la parte migliore, e anche uno dei motivi per cui ero interessata a questo lavoro: poter interagire con tre ragazzini che non avevano mai recitato prima. Loro sono dovuti andare a scuola e contemporaneamente prepararsi per mesi prima di iniziare le riprese, e io già qualche settimana prima che cominciassimo a girare li ho potuti incontrare. È stato fantastico vedere quanto siano cambiati in questo periodo, da quando ci siamo conosciuti a quando il film è terminato».

BM: Se non sbaglio, loro tendevano ad improvvisare moltissimo. Come sei riuscita a gestirlo, non parlando portoghese?
RM: «Sapevamo fin dall’inizio che avremmo avuto questo problema di comunicazione, era stato messo in conto. Ma è stato molto più facile del previsto: non si trattava semplicemente di recitare, era piuttosto “vivere il momento”. Poi anche loro sono diventati via via più professionali… e hanno cominciato a lamentarsi! (ride) Verso la fine delle riprese erano ormai degli attori molto seri». […]

 

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