Partiamo da un video. Inquadratura fissa: con indosso un dolcevita nero che ne staglia la figura su uno sfondo color oro, un uomo punta lo sguardo dritto in macchina. I suoi occhi, allucinati, si muovono veloci; con voce sicura e gestualità studiata, le sue parole cavalcano il riff rockeggiante di Mission: Impossible profetizzando che «noi siamo la strada verso la felicità. Noi possiamo portare pace. Solo noi riusciamo a vedere il mondo per quello che veramente è». Man mano che avanzano i secondi, i suoi risolini diventano sempre più isterici, i sospiri enfatici, le frasi infuocate. Quest’uomo è Tom Cruise. E non stiamo parlando di uno dei suoi monologhi da guru in Magnolia di Paul Thomas Anderson. No, si tratta di un video promozionale di Scientology: la religione che lo vede tra i più infervorati seguaci.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto parte a cavallo tra gli anni ’40 e ’50: il secondo conflitto mondiale è finito lasciando reduci disorientati, la Guerra Fredda, la minaccia del comunismo e di una catastrofe nucleare, un crescente bisogno di spiritualità che non trova risposte nei culti tradizionali. È anche il tempo della divulgazione popolare della psicoanalisi ed è proprio in questo humus che affonda le radici Scientology: filosofia applicata che aiuta «a liberare l’uomo dalle ombre che oscurano i suoi sogni» e che è diventata in una manciata di decadi la più famosa e controversa religione del XX secolo, complici i nomi di Hollywood convertitisi e una serie di scandali.
LA PRIGIONE DELLA FEDE
Strumento di felicità o macchina per il lavaggio del cervello? Per il documentario Going Clear, nelle sale italiane a fine mese, la risposta è chiara ed è racchiusa nel suo sottotitolo The Prison of Belief: Scientology è una prigione della fede. Una prigione da cui è quasi impossibile evadere, in primis perché la chiesa userebbe i segreti personali ottenuti nelle sedute di audit (delle specie di confessioni; ve ne parliamo meglio dopo) come strumento di pressione. Di pentiti coraggiosi, però, ora che il movimento ha varcato la soglia dei 60 anni, se ne contano parecchi e così il film del premio Oscar Alex Gibney – tratto dall’omonimo libro del giornalista premio Pulitzer Lawrence Wright – dà voce a otto ex-membri di spicco dell’organizzazione, dal regista Paul Haggis al portavoce Mike Rinder. Attraverso le loro interviste, intervallate da materiali d’archivio e ricostruzioni, il doc mette in luce il le prassi di questa chiesa, dalle presunte violenze fisiche e psicologiche alla sua natura tutt’altro che non-profit. Un’opera scomoda, e in tanti temevano infatti che quella al Sundance Film Festival sarebbe stata l’unica (affollatissima) proiezione della storia. Così non è stato: forte di un team di 160 avvocati, la produzione è riuscita a far fronte alle proteste e alle denunce del gruppo, distribuendo il film nelle sale americane e trasmettendolo in Tv (sulla HBO, anche produttrice) a fine marzo con un’audience clamorosa di 1,7 milioni di spettatori. Di fatto, il secondo documentario più visto degli ultimi 10 anni del canale pay. A poco sono dunque servite le mosse di Scientology, dalla pagina di contro-pubblicità acquistata sul New York Times, ai report speciali per screditare il film pubblicati sui loro canali web (si veda www.freedommag.org), alle mail di disapprovazione firmate dalla portavoce della chiesa Karin Pouw a chi aveva scritto una recensione positiva (come ha raccontato Jason Bailey di Flavorwire).
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