Alcuni film hanno la capacità di entrare nel cuore di una generazione, diventando specchi in cui riconoscersi con spietata lucidità. Sono storie che non offrono conforto, ma un confronto sincero, spesso brutale, con il tempo che passa e le scelte che ci definiscono. La persona peggiore del mondo (2021), terzo capitolo della “Trilogia di Oslo” diretta da Joachim Trier, è uno di questi. Un film che non solo ha conquistato la critica, ma è diventato una vera e propria seduta di autoanalisi per chi è entrato nei fatidici “enta”.
Protagonista è Julie, interpretata da Renate Reinsve (premiata al Festival di Cannes nel 2021), una giovane donna in perenne transizione. La seguiamo mentre cambia studi, ambizioni, partner, città interiore. La narrazione è suddivisa in 12 capitoli, più prologo ed epilogo, e accompagna con dolcezza e malinconia il passaggio da una giovinezza infinita all’improvvisa consapevolezza del tempo. Il film, ambientato a Oslo, non ha bisogno di gridare per colpire: lavora in sottrazione, lasciando allo spettatore lo spazio per riconoscersi nei vuoti e nei silenzi della protagonista.
«Se hai più di 30 anni ti distrugge dentro» è uno dei commenti che lo riassumono meglio e basta scorrere le reazioni online per capire che è tutt’altro che esagerato. Su Reddit, un utente scrive: «Ieri sera ho visto La persona peggiore del mondo e sono rimasto sconvolto da quanto rappresenta bene l’ansia dei tardi vent’anni… è quel momento della vita in cui tutto sembra meno “illimitato”… inizi anche a renderti conto che stai invecchiando.» Per chi ha passato da poco i 30, quel “renderti conto che stai invecchiando” ha il peso di un macigno. È lo shock di capire che certe possibilità si sono già chiuse, che non tutto è reversibile.
Un altro commento sempre su Reddit: «Il 99% del pubblico che appartiene alla generazione dei millennial ha vissuto in prima persona molte delle cose raccontate nel film… Il panico di aver rovinato la tua unica vita è devastante.» È una frase che non lascia scampo: la paura di aver sprecato tempo, relazioni, occasioni; Julie diventa così il simbolo di una generazione che si è scoperta adulta troppo tardi e troppo in fretta.
Più che un film, quindi, La persona peggiore del mondo è un esame di coscienza collettivo. Un racconto universale travestito da piccolo dramma intimista, che non pretende di offrire soluzioni, ma sa descrivere in modo chirurgico quella sensazione sottile e persistente di aver sbagliato tutto. Ed è proprio questo che lo ha reso, per molti della generazione millenials, un piccolo incubo a occhi aperti.
Siete d’accordo? Diteci la vostra, come sempre, nei commenti.
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