Se è una risposta quella che cercate, allora rimarrete delusi. Perché anche una saggezza maturata in 80 anni di vita («Manoel de Oliveira ne ha più di 100 e continua a fare film. Io ho in programma di fare la stessa cosa») non basta quando a essere in gioco è la vita stessa, e subentra l’urgenza, il bisogno di sapere, la necessità di trovare una risposta per dare senso a tutto ciò che ci accade. Neanche un maestro come Clint Eastwood può permettersi di giocare la carta verità di fronte a uno dei grandi misteri della nostra esistenza: la morte e quel che c’è o non c’è al-di-là. Però questo non gli impedisce di confrontarsi con l’aldilà (questa volta scritto tutto attaccato) nel suo ultimo film, Hereafter, un thriller soprannaturale secondo la definizione di molti, «un affresco su tre persone di età diverse che in qualche modo sono state segnate dalla morte» nelle parole del regista. E ci prende ancora una volta in contropiede, trovando il coraggio di abbandonare generi cinematografici più sicuri e già esplorati. E di farlo con l’eleganza, il rispetto e la delicatezza che lo contraddistinguono e senza la pretesa di arrivare alla verità, appunto: «Il film non dà alcuna risposta; piuttosto solleva molte domande e sta al pubblico rifletterci sopra», ma anche aprendo il film con una delle sequenze più spettacolari del suo cinema: lo tsunami del 2004 in Thailandia ricostruito alle Hawaii e ai Pinewood Studios di Londra. Senza sposare uno sguardo religioso, «è una storia spirituale, ma senza connotazioni sacre; mi è piaciuta proprio perché la fede non c’entra», ma adottando una prospettiva profondamente umana e di conseguenza universale.

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Dall’alto, Clint Eastwood (80 anni) sul set di Hereafter. Il regista ha composto anche le musiche che fanno parte della colonna sonora del film; Matt Damon (40) nel ruolo di un medium che decide di non “sfruttare” questo suo dono ma di vivere da operaio


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