Arriva oggi in Italia, con una settimana di anticipo rispetto agli Stati Uniti, Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick, che racconta la storia vera del naufragio della baleniera Essex, avvenuto nel 1820. Dietro la macchina da presa il genio di Ron Howard, uno che non si è mai lasciato intimorire dalle grandi sfide (basti pensare a due titoli su tutti: Fuoco assassino e Apollo 13) e che, a 61 anni, continua a lavorare a più progetti contemporaneamente. Impegnato con la post-produzione di Inferno, terzo capitolo della serie dedicata al professor Robert Langdon (che vedremo a fine 2016), pare che il regista americano stia valutando l’ipotesi di produrre e dirigere il thriller The Girl Before, tratto da un romanzo inedito di J.P. Delaney. Lo incontriamo a Londra per parlare di Heart of the Sea, che definisce il film più complesso e difficile della sua carriera: «Anche solo cinque anni fa realizzare una pellicola come questa non sarebbe stato possibile».

Best Movie: Come mai?
Ron Howard: «La tecnologia CGI che abbiamo a disposizione ci ha aiutati a rendere la balena un vero e proprio personaggio. Lo spettatore non ha bisogno di una sospensione di incredulità per lasciarsi coinvolgere dalla storia. Se non avessi avuto gli strumenti per dare vita a questa creatura, però, non avrei mai girato il film. Il mio obiettivo è fare un tipo di cinema in cui il pubblico si possa perdere, con personaggi con cui si possa relazionare facilmente».

BM: Come in questo caso?
RH: «Esattamente. Lo spettatore dovrebbe sentirsi parte di un’avventura grandiosa e lasciarsi stupire da quel che vede. Questi sono anche i miei desideri quando vado al cinema».

BM: Qual è l’ultimo film che le è piaciuto da questo punto di vista?
RH: «The Martian di Ridley Scott, che è riuscito a creare un altro mondo in un modo fenomenale. Matt Damon, poi, è stato incredibile».

BM: Ci sono voluti quattordici anni per portare Heart of the Sea sullo schermo. Cosa l’ha convinta ad accettare?
RH: «All’inizio non pensavo che fosse un progetto adatto a me. Inoltre ignoravo il fatto che raccontasse una vicenda realmente accaduta e pensavo che si trattasse solo dell’ennesimo tentativo di sfruttare il mito di Moby Dick. Quell’idea non mi interessava affatto. Dopo aver scoperto che si trattava di una origin story, mi sono ricreduto e ho pensato che fosse sorprendente e toccante. Sapevo che sarebbe stato un lavoro complesso, ma mi sarei dato un ceffone se non avessi accettato».

BM: Ha detto che la sua balena è più simile a King Kong che allo Squalo.
«King Kong era una forza della natura risvegliata dall’intrusione dell’uomo. Questi personaggi fanno la stessa cosa, vanno a disturbare la creatura sbagliata e ne pagano le conseguenze».

BM: È stato Chris Hemsworth, che lei aveva già diretto in Rush, a suggerirle di leggere il copione.
CH: «Lo rispetto molto e in Rush è riuscito a dare un grande spessore a James Hunt, andando persino oltre quello che c’era scritto nella sceneggiatura di Peter Morgan. Ammiro la sua etica lavorativa e la sua curiosità e ambizione. Sono qualità che condivide con Tom Hanks, un altro grande attore che amo, per il quale ciò che conta è riuscire a stabilire una connessione vera col pubblico».

BM: Per raccontare il deperimento dei protagonisti il cast ha seguito una dieta rigida. Le è dispiaciuto vederli affrontare questa sfida?
RH: «Agli attori piace mettersi in gioco e molti di loro non accetterebbero mai di fare un lavoro a metà. Detto ciò a me dispiace sempre quando li dirigo in situazioni complicate. Penso ad esempio alle scene di sesso, in cui devono sembrare molto appassionati davanti a decine di sconosciuti. Quello è peggio del dimagrimento, è imbarazzante».

BM: Questa è la sesta pellicola che dirige a partire da una storia vera. Prova emozioni diverse come regista rispetto a un lavoro di pura finzione?
«Penso di parlare per tutta la troupe dicendo che cerchiamo di impegnarci ancora più a fondo, come forma di rispetto verso coloro che hanno vissuto quelle esperienze sulla loro pelle. Penso che ci sia un atteggiamento diverso anche da parte del pubblico: quando gli spettatori entrano in una sala sapendo che il tuo film è basato su una storia vera, sono pronti ad accogliere quel racconto e a lasciarsi andare. Insomma, non se ne stanno a braccia conserte e a storcere il naso pensando: “No, questa è una cavolata, avete esagerato! Quella cosa non sarebbe mai potuta succedere”».

BM: Però a volte qualche licenza poetica è quasi inevitabile.
«È vero, naturalmente, anche perché combinare dei personaggi o sintetizzare degli eventi è una necessità ai fini della creazione di un racconto omogeneo. Allo stesso tempo cerco sempre di onorare la verità e restare fedele al materiale di partenza».

BM: La spaventava l’idea di dirigere così tante scene in acqua?
RH: «Avevo girato in passato delle sequenze in mare, come nei casi di Splash – Una sirena a Manhattan (1984) e Cocoon – L’energia dell’universo (1985). Quelle esperienze mi avevano aiutato a credere di più nelle mie capacità. Alla fine degli anni ’80 provai a sviluppare un film indipendente sulla Rainbow Warrior (la nave mercantile di Greenpeace affondata nel 1985, ndr), ma alla fine non se ne fece nulla. E così iniziai la pre-produzione de Il lupo di mare, tratto da un romanzo di Jack London. Avevo però troppi dubbi sul tipo di tecnologia che avremmo usato e sulla possibilità di fare un lavoro convincente. Penso che gli oceani nascondano parecchi misteri, ne sono sempre stato affascinato. Quando è arrivata la proposta di Heart of the Sea è stato come se avessi finalmente soddisfatto i desideri legati a quelle due pellicole mai realizzate».

BM: Ha chiesto pareri ad altri registi prima di girare in mare?
RH: «Sì, ho chiamato il mio amico Steven Spielberg. Il fatto è che i tempi sono cambiati da quando lui girò Lo squalo. All’epoca la sua preoccupazione principale era legata ai problemi di meccanica dello squalo in acqua. La tecnologia digitale ha risolto tutto, oggi puoi creare qualcosa di molto più realistico digitalmente. In passato, quando eri pronto a dire “Azione! “, con la luce giusta e gli attori pronti, magari passava sullo sfondo una nave ed eri costretto a fermarti. E così, dopo dieci minuti, la luce era cambiata e dovevi ricominciare daccapo. Oggi per fortuna possiamo lavorare più velocemente e girare in mare è diventato più pratico e meno frustrante da un punto di vista creativo».

BM: Heart of the Sea sarebbe dovuto uscire a marzo 2015, ma lei ha preferito una release invernale. Come mai?
RH: «Perché si tratta di un film drammatico, con degli elementi tragici. È una grande storia di avventura, ma allo stesso tempo tocchiamo temi importanti come il commercio, lo sfruttamento delle risorse naturali e, infine, il cannibalismo. Lo studio ogni tanto mi mandava delle mail chiedendomi se per caso non sarebbe stato meglio evitare di parlarne. E io ovviamente rispondevo di no (ride). Quando ti lasci ispirare da eventi reali devi compiere delle scelte: ti focalizzi su alcune cose e ne scarti altre. Ma le grandi idee devono restare, perché ignorarle significherebbe commettere una grande ingiustizia rispetto all’onestà della storia».

 

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