Se non riuscite a dimenticare BoJack Horseman, è arrivata la serie che vi farà piangere allo stesso modo
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Se non riuscite a dimenticare BoJack Horseman, è arrivata la serie che vi farà piangere allo stesso modo

Disponibile ora su Netflix, colpisce duro parlando di lutto, dolore e identità proprio come l'amatissima serie sul cavallo ex star televisiva

Se non riuscite a dimenticare BoJack Horseman, è arrivata la serie che vi farà piangere allo stesso modo

Disponibile ora su Netflix, colpisce duro parlando di lutto, dolore e identità proprio come l'amatissima serie sul cavallo ex star televisiva

la nuova serie dal creatore di bojack horseman

Quando BoJack Horseman ha debuttato su Netflix, nel 2014, pochi avrebbero scommesso sul suo impatto culturale. La storia di un cavallo antropomorfo, ex star televisiva alle prese con depressione, dipendenze e il peso di una vita fallimentare, è diventato in breve un cult capace di segnare un’epoca. Non solo un cartone per adulti, ma un racconto che mescola escolava satira, ironia e introspezione con una lucidità senza precedenti. Per molti spettatori, BoJack è ancora oggi uno specchio spietato ma anche un conforto: la dimostrazione che si può ridere e piangere allo stesso tempo davanti agli stessi episodi. Cinque anni dopo la conclusione, il suo creatore Raphael Bob-Waksberg torna su Netflix con un nuovo progetto che ha già attirato l’attenzione della critica: Long Story Short.

Come anticipato nei giorni scorsi, si tratta di una dramedy animata che segue per decenni le vicende di una famiglia ebraico-americana disfunzionale, gli Schwooper. Con una struttura narrativa non lineare, la serie si apre negli anni ’90, con Naomi (Lisa Edelstein) ed Elliot (Paul Reiser) di ritorno dal funerale della madre di lei insieme ai figli Avi (Ben Feldman), Shira (Abbi Jacobson) e Yoshi (Max Greenfield). Nei salti temporali che ci portano agli anni 2020, scopriamo però che i figli adulti stanno affrontando un altro lutto: la morte di Naomi, avvenuta nei primi mesi della pandemia di COVID.

La scelta di raccontare il dolore in questa forma non è casuale. «Volevo che desse la sensazione di sfogliare un album di famiglia – ha spiegato Bob-Waksberg a Variety – o come quando un ricordo ti porta a un altro, e poi a un altro ancora». È lo stesso approccio che informa la sua riflessione sul lutto e sulla memoria: «Quando qualcuno muore, la sua vita assume un contesto diverso. Volevo che il pubblico vedesse gli episodi come una serie di ricordi su quella persona e quelle relazioni. Non pensiamo mai alla nostra famiglia in ordine cronologico».

Rispetto a BoJack Horseman, qui non ci sono animali antropomorfi né il mondo surreale di Hollywood. L’ambientazione è più realistica, radicata nell’esperienza dell’ebraismo americano. «Molti racconti sugli ebrei sono o su newyorkesi secolari e culturali, o su ultra-ortodossi con cappello nero – ha detto Bob-Waksberg -. Io volevo mostrare l’ebraismo come religione, non solo come cultura. Non basato sulla fede in sé, ma sulla pratica religiosa quotidiana. Questo era il mio mondo e volevo rappresentarlo».

Anche il COVID viene trattato in modo specifico, senza scorciatoie. «Ora possiamo permetterci precisione. Ci siamo chiesti: chi indossa la mascherina in questa scena, e per quanto? Volevamo catturare la sensazione di quegli anni, restando il più accurati possibile, pur con la flessibilità del linguaggio animato». Per lo stile visivo, Bob-Waksberg e la storica collaboratrice Lisa Hanawalt hanno scelto un tratto volutamente imperfetto, con linee ondulate e colori che escono dai bordi. «Volevamo preservare l’energia dei disegni iniziali, senza appiattirla. Far sentire che era un mondo creato da mani umane, non da uno strumento digitale».

In definitiva, Long Story Short non è BoJack Horseman, ma ne raccoglie l’eredità più preziosa: la capacità di affrontare dolore, identità e tempo con uno sguardo onesto e, al contempo, profondamente umano. Per chi non è ancora riuscito a dimenticare BoJack, questa è davvero la serie giusta e probabilmente vi farà scendere anche qualche lacrima.

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