Cosa succede quando due artisti che hanno riscritto le regole dell’immaginario pop si confrontano sullo stesso palco? Al Best Movie Comics & Games 2025, Gabriele Mainetti e Leo Ortolani hanno dato vita a un dialogo appassionato, tra riflessioni sul cinema di genere, la difficoltà di restare fedeli alla propria voce e le sfide dell’industria nel corso del panel Disgraziata la Terra che ha bisogno di (super) eroi”. Un confronto autentico, generoso e anche autoironico, che ha acceso l’Arena Comics e mostrato come due linguaggi diversi, quello cinematografico e quello fumettistico, possano raccontare lo stesso bisogno: quello di reinventare, “masticare e risputare” un immaginario che ci ha formati.
«Io mi innamoro di un mondo, lo mastico e poi lo risputo nel mio contesto. E quel contesto è Roma», ha raccontato Mainetti, rivendicando la scelta di ambientare storie straordinarie nella quotidianità della capitale. Che si tratti di un supereroe urbano in Lo chiamavano Jeeg Robot, o di un gruppo di freak con poteri soprannaturali nella Roma del ’44 in Freaks Out, il regista ha dimostrato che anche in Italia si può fare genere senza rinunciare alla specificità culturale: «Io sono cresciuto con i film americani, certo, ma poi vai a New York e ti rendi conto che non è come camminare a Piazza Vittorio. Non è la stessa cosa. Quindi io cerco di portare quel tipo di immaginario dentro il mio mondo, dentro la mia città».
Con La città proibita, kung-fu movie girato nei quartieri popolari della capitale, ha alzato ulteriormente l’asticella: «Era un gesto necessario. Ho bisogno di cambiare ogni volta. Di non ripetermi. Altrimenti non mi riconosco. Non posso accomodarmi. Perché se ti fermi, artisticamente, muori».
Leo Ortolani, creatore di Rat-Man e autore amatissimo per la sua capacità di fondere parodia, malinconia e avventura, ha confermato la stessa filosofia: «Io racconto storie che parlano prima di tutto a me. Se poi parlano anche agli altri, tanto meglio. Ma non ho mai cercato di adattarmi a quello che pensavo potesse piacere».
Un’affermazione che si collega a un tema trasversale dell’incontro: l’integrità autoriale. Ortolani ha infatti chiarito che «se una storia non parla prima di tutto a me, non potrà mai parlare davvero a nessun altro». Un’etica creativa che diventa anche una dichiarazione di poetica: «Ho iniziato con un personaggio imbranato e sfigato, e pian piano, attraverso Rat-Man, ho raccontato il mio percorso. Sono cambiato io insieme a lui».

Il panel ha toccato anche il tema delicato del successo, e di quanto possa diventare, da opportunità, un fardello. Mainetti lo ha detto chiaramente: «Dopo Jeeg Robot stavo male senza capire perché. Credo che il mio inconscio sapesse che avevo fatto qualcosa di buono, e questo mi ha spaventato. Era come se non potessi più permettermi di sbagliare». Ma è proprio da quella inquietudine che è nato Freaks Out, e poi il desiderio di cambiare nuovamente registro: «Il successo è utile solo se ti permette di continuare a essere te stesso. Altrimenti diventa una prigione dorata».
Lo stesso Ortolani ha ammesso di non volersi mai accomodare: «Non voglio vivere di rendita. Ho fatto tante cose belle, ma se non sento più qualcosa, allora è finita. Voglio continuare a salire quella montagna, anche se la vetta non si vede mai».
Il dialogo ha poi spostato il focus sulla traducibilità dell’immaginario. Ortolani ha scherzato: «I miei fumetti? Non è che non siano esportabili, È solo che non hanno ancora incontrato qualcuno che abbia avuto il tempo – o la voglia – di farlo». Ma poi ha aggiunto una riflessione più profonda: «Pensa a noi: abbiamo letto per vent’anni manga giapponesi senza capire cosa stavamo leggendo davvero, eppure ce li siamo bevuti. È questione di trovare le persone giuste che riescano a portare il tuo lavoro da un’altra parte».
Mainetti ha portato l’esempio concreto del suo rifiuto a dirigere un blockbuster americano: «Mi era stato proposto Venom. Ho fatto otto pitch, ho incontrato il chairman della Sony, ho presentato 120 slide. Ma alla fine ho detto no. Mi offrivano un contratto per tre film, ma avrei perso tutto: non sceglievo il cast, né il montaggio, né la musica. Poi, se il film va male, la colpa è tua. Così non ha senso». Il pubblico ha applaudito con convinzione quando ha aggiunto: «Essere regista non è scienza. È istinto, è bisogno. È creare una frase visiva che abbia un senso per te, e sperare che quel senso arrivi anche agli altri».
Un altro punto cruciale è stato il rapporto con la verità narrativa. Mainetti ha preso posizione: «Io non credo nella verità come realismo. Anche un documentario è frutto di una regia, di uno sguardo. La verità è quella dell’autore». Ortolani ha rincarato: «Noi non puntiamo alla verità assoluta, ma alla verosimiglianza. Costruiamo i personaggi dandogli motivazioni, dettagli, contraddizioni. Ed è lì che diventano credibili».
In chiusura, entrambi hanno ribadito quanto l’arte sia, per loro, anche una forma di esplorazione personale. «Ogni volta che racconto una storia, in realtà sto parlando a me stesso. Se poi riesco a raccontarla anche agli altri, tanto meglio. Ma non è uno sfogo: è un lavoro. È come cercare funghi. Dentro di noi ci sono le esperienze, le immagini, le influenze che abbiamo assorbito. Le coltiviamo come piante e, quando arriva il momento, andiamo a cercare il nostro ovulo», ha detto Ortolani. E con la solita ironia ha chiosato: «Se mai dovessi fare Hulk, forse allora mi fermerei. Ma fino ad allora, continuo a cercare il fungo perfetto».
Nella cornice del Best Movie Comics and Games 2025, il dialogo tra Gabriele Mainetti e Leo Ortolani ha ricordato quanto sia possibile fare cultura popolare con profondità e rigore. E che ha confermato, ancora una volta, che i veri supereroi sono quelli che non smettono mai di cercare.
Potete trovare il programma completo, gli ospiti e le tante attività del Best Movie Comics and Games 2025 sul sito ufficiale dell’evento.
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