All’inizio sembra quasi un incubo in bianco e nero. Volti deformati dalla paura, soldati che marciano tra le rovine, bambini che piangono in un paesaggio devastato. Non è un horror. E non è neppure finzione. È La Rabbia di Pier Paolo Pasolini, un film-documentario del 1963 che, a oltre sessant’anni dalla sua uscita, conserva intatta la sua forza disturbante. Perché ciò che mostra, con immagini reali e poesia tagliente, è la violenza della storia e la rimozione collettiva di un Paese che preferisce dimenticare.
La Rabbia nasce come un progetto a due voci: quella di Pasolini, marxista e poeta corsaro, e quella di Giovannino Guareschi, scrittore e umorista cattolico. L’idea iniziale era di mettere a confronto due visioni opposte del mondo, due Italie diverse, in un unico montaggio dialettico. Ma il progetto viene subito sabotato: le due parti vengono separate e quella pasoliniana, più scomoda e radicale, subisce tagli e censure. Il risultato è un’opera incompleta ma potentissima, un collage visionario di immagini d’archivio, testi poetici e riflessioni politiche che ancora oggi fanno discutere.
La parte firmata da Pasolini è un requiem civile che attraversa i grandi eventi del dopoguerra: le rovine del fascismo, la guerra fredda, il razzismo in America, il colonialismo, la tragedia della bomba atomica. Ma dietro la cronaca si intravede sempre un dolore più profondo: quello per un’umanità spinta verso l’autodistruzione, travolta da un progresso che ha dimenticato l’uomo.
Il linguaggio del film è poetico ma tagliente, lirico eppure spietato. Pasolini costruisce il suo racconto come un montaggio emotivo: immagini di repertorio si alternano a musiche sacre e testi recitati con tono solenne, a volte profetico. Non c’è una vera trama, ma un flusso visivo e sonoro che avvolge lo spettatore, lo disorienta, lo scuote, esattamente come potrebbe fare un film horror.
A colpire è la radicalità dello sguardo: La Rabbia non fa sconti a nessuno. Denuncia la miseria culturale del boom economico, l’omologazione di massa, la violenza del potere, l’ipocrisia della borghesia. È un film che rifiuta la neutralità e abbraccia la soggettività dell’autore, rivendicando il diritto – e il dovere – di indignarsi.
Non sorprende che, a distanza di decenni, lo si paragoni a un horror: La Rabbia mostra volti, corpi, eventi reali che fanno più paura di qualunque finzione. E lo fa con la consapevolezza che l’orrore peggiore è quello che non riconosciamo più, quello che si nasconde nella quotidianità, nei silenzi, nelle omissioni.
Nonostante sia meno noto rispetto ad altri lavori pasoliniani, La Rabbia è un film imprescindibile per capire la visione del mondo del suo autore. È il manifesto di un pensiero critico, lucido, profondamente umano. È anche uno specchio impietoso dell’Italia del dopoguerra, che Pasolini vede scivolare in un nuovo conformismo, incapace di interrogarsi sul proprio passato.
Rivederlo oggi significa riconoscere quanto poco sia cambiato. Le dinamiche del potere, le disuguaglianze sociali, la violenza dei media, l’emarginazione culturale: tutto ciò che Pasolini denunciava è ancora tra noi, solo più sofisticato, più invisibile.
