È uno dei titoli più forti e necessari passati alla Festa del Cinema di Roma, 40 secondi, film di Vincenzo Alfieri che ricostruisce le ultime ore di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo di Colleferro ucciso nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 mentre tentava di difendere un amico. Un fatto di cronaca che ha scosso l’Italia e che il lungometraggio sceglie di raccontare senza morbosità, concentrandosi invece sui volti, sulle tensioni e sulle ferite di una generazione che si muove dentro un presente fragile.
«All’inizio ero titubante, perché questa è una storia già molto raccontata dai giornali, con una grande sovraesposizione mediatica», spiega il regista in conferenza. «Poi leggendo il libro di Federica Angeli mi ha colpito una domanda semplice: che cosa avrà fatto Willy quella mattina? Willy avrà lavorato? Avrà fatto colazione? O ancora, cosa avranno fatto i bianchi? Cosa avranno fatto Belleggia o Pincarelli? Da lì abbiamo capito che non dovevamo raccontare un caso, ma fotografare delle persone, un’estate torbida del 2020 post-Covid e l’umanità di chi non resta indifferente».
Con un approccio quasi documentaristico, 40 secondi alterna primi piani, respiri e micro-movimenti per entrare negli spazi emotivi dei personaggi. «Mi interessava vedere le micro-espressioni che fanno parte della nostra quotidianità», racconta Alfieri. «Per questo ho scelto inquadrature così ravvicinate. Giravo di giorno e montavo di notte: questo permetteva al cast di rivedersi subito e trovare la verità dei gesti».
Gran parte della forza del film sta negli attori, tra professionisti e volti scoperti tramite street casting, tutti immersi in un metodo recitativo basato sull’autenticità. «L’opportunità nasce anche dall’incontro umano» racconta Enrico Borello. «Vincenzo ha costruito un mondo credibile, un luogo dove vivere prima ancora che recitare. Siamo stati messi in una realtà e ci è stato chiesto di viverla nella maniera più aderente possibile».
Il lavoro sul linguaggio e sull’incomunicabilità — tema centrale del film — emerge anche dalle voci del cast: «C’era una sceneggiatura solida, ma c’era anche la libertà di restituire tic, balbuzie, blocchi interiori» spiegano gli attori.
40 secondi diventa così un racconto collettivo sull’Italia di oggi, dove la violenza è ormai parte del rumore di fondo della nostra quotidianità e dove, come ricorda Alfieri, siamo anestetizzati dalle immagini, dai social, dal bombardamento continuo di notizie: «Una cosa che mi colpisce sempre è vedere come si passa da una strage a un commercial, dall’ultima notizia allo spot di un vestito, e tu scorri queste notizie ormai molto passivamente». Ma esistono ancora, insiste il film, persone come Willy: ragazzi capaci di scegliere, di prendere posizione, di non voltarsi dall’altra parte.
«Io ho vissuto in paesi dove la noia la fa da padrona» conclude il regista. «E ho cercato di essere fedele agli adolescenti, ascoltandoli, studiandoli, seguendoli. Questo film nasce per parlare a loro, con loro e di loro. Perché il coraggio di un singolo può cambiare tutto».
© RIPRODUZIONE RISERVATA