«Siamo outsider»: il cast e il regista di Thunderbolts* ci raccontano la nuova squadra di antieroi Marvel
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«Siamo outsider»: il cast e il regista di Thunderbolts* ci raccontano la nuova squadra di antieroi Marvel

Tra fragilità emotive e missioni impossibili, il nuovo capitolo del MCU riunisce personaggi complessi in una sfida che va oltre la lotta contro il nemico: ecco le nostre interviste a Jake Schreier e ai protagonisti del film

«Siamo outsider»: il cast e il regista di Thunderbolts* ci raccontano la nuova squadra di antieroi Marvel

Tra fragilità emotive e missioni impossibili, il nuovo capitolo del MCU riunisce personaggi complessi in una sfida che va oltre la lotta contro il nemico: ecco le nostre interviste a Jake Schreier e ai protagonisti del film

I protagoniti di Thunderbolts*

Il Marvel Cinematic Universe si prepara ad accogliere una squadra come nessun’altra. Con Thunderbolts*, nelle sale italiane dal 30 aprile, gli Studios guidati da Kevin Feige ampliano il loro universo cinematografico con un gruppo di antieroi tormentati, pronti a sfidare non solo nemici esterni, ma anche i fantasmi del proprio passato. Yelena Belova (Florence Pugh), Bucky Barnes (Sebastian Stan), Red Guardian (David Harbour), Ghost (Hannah John-Kamen), Taskmaster (Olga Kurylenko), John Walker (Wyatt Russell) e il nuovo arrivato Sentry (Lewis Pullman) si ritrovano, loro malgrado, coinvolti in una missione letale, orchestrata dall’ambigua Valentina Allegra de Fontaine (Julia Louis-Dreyfus). Uniti non da nobili ideali, ma da fragilità e motivazioni personali, dovranno imparare a fidarsi l’uno dell’altro per sopravvivere.

Basato sull’omonimo franchise fumettistico nato nel 1997, Thunderbolts* affonda le sue radici nei film e nelle serie del MCU che hanno gradualmente preparato il terreno: da Captain America: Civil War a Ant-Man and the Wasp: Quantumania, passando per Black Widow e The Falcon and the Winter Soldier. Per la prima volta, il pubblico potrà immergersi davvero nella psicologia di questi personaggi, scoprendone le fragilità, i rimorsi e la disperata ricerca di redenzione.

Diretto da Jake Schreier, con la produzione di Kevin Feige e una sceneggiatura firmata da Eric Pearson e Joanna Calo, Thunderbolts* punta a ridefinire il concetto di squadra nel Marvel Universe. Una storia in cui l’eroismo non è mai scontato, e dove il bisogno umano di fiducia e appartenenza diventa la vera battaglia da combattere. Anche i temi trattati – tra cui salute mentale, solitudine e il peso dei traumi passati – segnano una svolta emotiva importante per il MCU, senza rinunciare a spettacolarità e divertimento.

Il poster di Thunderbolts*

Per raccontare la genesi e l’evoluzione di questa squadra improbabile, abbiamo avuto l’occasione di intervistare Lewis Pullman, Hannah John-Kamen e Wyatt Russell. Tre interpreti che, attraverso i loro personaggi – Sentry, Ghost e John Walker – rappresentano il cuore vulnerabile e combattivo di Thunderbolts*. Con loro abbiamo parlato delle sfide emotive affrontate sul set, dell’approccio alla costruzione della squadra e di come il film abbia dato loro la possibilità di rileggere i propri personaggi con maggiore profondità rispetto al passato.

Thunderbolts* riunisce una squadra di eroi danneggiati e moralmente complessi. Com’è stato lavorare su questo delicato equilibrio tra azione e introspezione?

WR: «È stato divertente riuscire a bilanciare questi aspetti. È difficile e a volte ti preoccupi di essere andato troppo oltre, o di essere stato troppo serio. Devi affidarti al regista, offrirgli diverse opzioni e fidarti che scelga quella giusta. Jake è stato perfetto per questo. Io avevo già lavorato con lui e avevamo sviluppato un nostro linguaggio comune, quindi mi sono sentito completamente libero di esplorare diverse emozioni. È stata una sfida stimolante ed emozionante».

HJK: «Credo che il film riesca perfettamente a trovare il giusto equilibrio tra azione, cuore, fede, pazienza e attenzione ai personaggi e ai temi trattati. C’è anche la giusta dose di comicità: non si tratta di una sequenza infinita di battute, né di azione continua. È una storia, ed è raccontata in modo bellissimo. Credo che il pubblico verrà trasportato lungo la narrazione con grande delicatezza. Jake ha davvero centrato il bersaglio».

Lewis, hai dichiarato che questo era l’unico personaggio dell’universo Marvel che avresti potuto interpretare e che hai sentito vicino a te in maniera molto forte. Precedentemente, hai preso parte a film indipendenti come The Starling Girl o 7 sconosciuti a El Royale, dove la psicologia dei personaggi è centrale. Cosa ha reso questo ruolo Marvel altrettanto personale per te e in che modo è relazionabile alla tua avventura in progetti più piccoli e introspettivi?

«Sono lusingato. Ne parlavamo anche l’altro giorno: sotto tanti punti di vista, non c’è una grande differenza tra un film indipendente e uno di questa scala. Sono solo forme diverse di raccontare storie. Alla fine, il nostro lavoro rimane sempre quello di raccontare l’essere umano, anche se in questo caso hai più tempo, più mezzi, più possibilità di rifare una scena finché non funziona alla perfezione».

«Mi ha entusiasmato soprattutto il fatto che Thunderbolts* affronti il tema della salute mentale. Parla del sentirsi a proprio agio nel condividere le proprie difficoltà e del diritto che ognuno ha di chiedere aiuto o di esprimere ciò che sta attraversando. È un film perfetto per raccontare questo, perché si concentra su personaggi outsider, persone che non sono brave nella comunicazione emotiva. Mettere tutti questi personaggi in un “calderone tematico” è stato un modo divertente ma anche molto toccante per trattare l’argomento. Nessuno di noi è un professionista della salute mentale, ma tutti abbiamo il diritto di parlarne, di sbagliare e di imparare».

Lewis Pullman in Thunderbolts*

Wyatt, hai raccontato che il tuo personaggio è stato messo da parte ma continua ad aggrapparsi all’idea di essere il prossimo Captain America. In Thunderbolts* lo vediamo intento a riconquistare la gloria lottando per diventare un vero compagno di squadra. Come hai affrontato questo percorso di un uomo che maschera le sue insicurezze con la spavalderia? Quali aspetti della sua evoluzione ti hanno toccato di più personalmente?

«In realtà, tutti. Ogni giorno anche io maschero un po’ di insicurezza con la spavalderia. Quando interpreti un personaggio, trovi quel 5% di te stesso che gli somiglia e poi lo porti al 100%. Con John, la sua spavalderia può risultare sia divertente sia fastidiosa, e il bello è stato proprio poter mostrare queste diverse sfumature. In questo film vediamo John passare dall’accumulare solo rabbia e arroganza al lasciare intravedere un lato più fragile di sè. A forza di fallire, qualcosa in lui cambia. È da lì che può rinascere una nuova versione di sé stesso. Alla fine del film, almeno, è un uomo che ha imparato a cogliere i segnali. E poi, egoisticamente, non volevo interpretare sempre lo stesso John. È stato bello poterlo far evolvere: in Thunderbolts* è più forte, più sicuro… ma anche più solo».

Hannah, nel film Ghost appare più potente ma anche molto isolata. Come hai esplorato questa tensione tra forza e solitudine?

«È una bella domanda. In Thunderbolts*, Ghost è sicuramente più forte: ha imparato a controllare i suoi poteri ed è molto indipendente. Ma è anche molto sola. Non è una persona che ama stare con gli altri, non “gioca bene” in gruppo. Quello che è stato interessante scoprire e raccontare è il suo bisogno, quasi inconscio, di connessione. Ha bisogno di sentirsi parte di una comunità, di avere delle amicizie, delle persone che la capiscano. Anche se ha una corazza dura e rompe spesso la tensione con sarcasmo – cosa molto britannica! – alla fine scopre quanto abbia bisogno di una famiglia. Da quando aveva sei anni non ha più avuto una vera famiglia. Questo gruppo di “perdenti fantastici”, come li vede lei, finisce per diventare proprio quella famiglia di cui aveva bisogno, anche se non lo ammette apertamente».

Una scena di Thunderbolts*

So che hai anche dato un nome e una canzone tema al tuo nuovo costume. Come ti hanno aiutato queste aggiunte personali a costruire questa nuova versione di Ghost?

«Oh mio Dio, sì! La mia nuova tuta si chiama Gertrude ed è di Berlino. E la canzone è “Du Hast” dei Rammstein! È un costume incredibile, con tantissime funzionalità, si illumina, è semplicemente spettacolare. Però è anche come indossare una gomma da camion: pesante e complicato da mettere e togliere. Ci voleva molta pazienza e tanto aiuto tecnico, ma il risultato finale sullo schermo è fantastico. Gertrude è tosta, da non sottovalutare!».

Il regista Jake Schreier ha paragonato i Thunderbolts ai personaggi di Toy Story 3: un gruppo di “giocattoli rotti” che rischia di essere dimenticato ma che insieme trova uno scopo. Questo concetto di obsolescenza e connessione inaspettata ha influenzato il vostro modo di approcciare i personaggi e i loro legami di squadra?

WR: «Sì, assolutamente. Anche se personalmente non avevo mai sentito direttamente il paragone con Toy Story, Jake ce l’ha raccontato sin dall’inizio. Era l’idea di base: un gruppo di “giocattoli rotti” con grandi qualità, che devono imparare a collaborare per uscire da una situazione difficile. Se guardi la struttura di Toy Story, si tratta proprio di quello: un gruppo di giocattoli che cerca di fuggire da una stanza. C’è molto di quel modello nel film, ed è stato pensato fin dall’inizio. Per noi attori, era tutto già scritto sulla pagina: dovevamo solo “giocare” con quei sentimenti ed emozioni. Se dovessi scegliere, io sarei Slinky Dog! E voi?».

LP: «Oddio… io probabilmente sarei Mr. Potato!».

HJK: «Credo che io sarei uno di quei giocattoli strani che si vedono nella stanza di Sid, il vicino cattivo. Quelli smontati e rimontati in modo inquietante… tipo la bambola con la testa da neonato. Terrificante!»

Julia Louis-Dreyfus in Thunderbolts*

Geraldine Viswanathan e Julia Louis-Dreyfus portano nuova energia e un’ironia tagliente all’interno di Thunderbolts*. Da una parte, una new entry nell’Universo Marvel; dall’altra, un’attrice iconica che ha saputo trasformare il personaggio di Valentina in una presenza carismatica e imprevedibile. Insieme ci hanno raccontato come hanno costruito il loro legame sul set, tra risate, momenti di grande tensione e la sfida di mantenere sempre l’equilibrio tra emozione autentica e tono brillante.

La dinamica tra i vostri personaggi in Thunderbolts è allo stesso tempo spiazzante e divertente. Come avete costruito questo rapporto sulla scena e fuori dal set?

«È stato tutto molto naturale. Ci siamo conosciute il primo giorno e piaciute immediatamente. È stato come un appuntamento al buio andato bene! In più, abbiamo anche amici in comune, e quando le stelle si allineano così perfettamente è sempre una bella sorpresa. Direi che siamo state davvero fortunate».

Geraldine, questo è il tuo grande debutto nel Marvel Cinematic Universe. Qual è stata la tua prima reazione al confrontarti con una produzione di queste dimensioni?

«Oh mio Dio, mi sono sentita sopraffatta da qualsiasi tipo di emozione! Non potevo credere di trovarmi di fronte a una produzione così immensa: il primo giorno c’era un elicottero sul set e centinaia di comparse, tutto era già coreografato nei minimi dettagli. Tecnicamente è stato impressionante, sembrava quasi di stare a teatro, dove devi essere concentrato in ogni singolo momento. È stato emozionante, mi sentivo davvero come una bambina in un negozio di caramelle!»

Julia, Valentina è astuta, manipolatrice e sempre quattro passi avanti rispetto agli altri. Qual è stato l’aspetto più divertente nell’interpretare un personaggio così?

«Quelli che hai appena citato sono alcuni dei tratti più divertenti! In più, Valentina ha anche delle radici italiane, che in un certo senso emergono un po’ nel film, ed è stato ancora più divertente da interpretare. È un piacere recitare una manipolatrice che sembra sempre avanti rispetto agli altri, ma che deve anche essere pronta a reagire quando viene colta alla sprovvista. È come una ninja, e questa capacità di adattamento è stata una vera gioia da portare sullo schermo».

Geraldine, venendo dal mondo della commedia con film come Blockers e The Broken Hearts Gallery, com’è stato entrare nell’universo Marvel e lavorare fianco a fianco con Julia, una vera e propria icona della comicità? Credi che il background comico che condividete abbia influenzato la vostra dinamica sul set?

«Credo proprio di sì. C’è sicuramente una versione di questo film che avrebbe potuto essere una commedia pura! Jake Schreier, il nostro regista, ogni tanto ci doveva fermare: ci diceva “Calmatevi un po’, state esagerando”. Quindi abbiamo dovuto trovare il giusto equilibrio, perché Thunderbolts* è un film molto drammatico con momenti di comicità, ma non una commedia. Nonostante questo, ci siamo divertite molto e siamo riuscite comunque a portare la nostra energia sul set».

Valentina questa volta si sporca davvero le mani. Julia, com’è stato cimentarti in scene d’azione? So che avevi chiesto di poter prendere a pugni qualcuno fin da subito! La scena ha soddisfatto le tue aspettative?

«Sì e no! Da una parte è stato fantastico, perché finalmente ho potuto farlo. Devo però svelare che, all’inizio, avevamo coreografato una scena con almeno dieci mosse diverse! Poi, ovviamente, tutto è stato ridimensionato, ma se fosse dipeso da me avrei fatto capriole e rimbalzato sui muri! In ogni caso sì, alla fine ho davvero avuto l’occasione di tirare un pugno a qualcuno, e mi sono divertita tantissimo».

Nel film, i vostri personaggi navigano in un microcosmo ad altissima tensione, tra potere, ambizione e fiducia. Fuori dallo schermo, qual è un consiglio che vi siete date a vicenda o che avete ricevuto durante le riprese, e che vi è rimasto particolarmente impresso?

JLD: «Per quanto mi riguarda, credo molto nel seguire il proprio istinto. Se sento dentro di me che dovrei provare qualcosa, anche senza sapere esattamente perché, cerco di ascoltare quella sensazione. Mi ha sempre portato nella direzione giusta»

GV: «Più in generale, un prezioso consiglio che ho ricevuto è di guardarsi attorno: osservare le persone che crescono accanto a te e capire che non bisogna per forza essere in competizione. Siamo più forti insieme. Il successo non si perde se viene condiviso, anzi. E credo che questo sia anche uno dei messaggi di Thunderbolts*: il valore della squadra, dell’amicizia e dell’amore incondizionato».

Alla regia di Thunderbolts* troviamo Jake Schreier, scelto dai Marvel Studios per la sua capacità unica di fondere realismo emotivo e grande spettacolo visivo. Con la sua visione personale, Schreier ha voluto raccontare una storia che mettesse al centro l’umanità e le fragilità dei suoi protagonisti, senza mai rinunciare alla spettacolarità tipica dei cinecomic. Con lui abbiamo approfondito l’ispirazione dietro il film, l’approccio alla costruzione della squadra, il lavoro sulla fiducia tra i personaggi e il delicato equilibrio tra il tono indie e il DNA Marvel che caratterizza Thunderbolts*.

Il regista di Thunderbolts* Jake Schreier

Hai paragonato il percorso emotivo dei personaggi di Thunderbolts* all’arco narrativo di Toy Story 3, in particolare per il tema dell’obsolescenza e della forza che nasce dalla connessione. Cosa ti ha portato a fare questo paragone inaspettato ma così incisivo? E in che modo ha influenzato la tua regia su una squadra così complessa?

«Quando ho presentato il progetto, una delle idee su cui ho insistito particolarmente era la volontà di portare maggiore tensione e mancanza di fiducia tra i personaggi. Avevo creato un piccolo montaggio di clip tratte da film molto diversi tra loro, ma uniti da questo tema comune. Una di quelle scene era proprio in Toy Story 3, quando Lotso tradisce gli altri giocattoli e sembrano destinati a essere inceneriti. Ricordo di aver provato una tensione fortissima al cinema, pur sapendo che difficilmente sarebbero morti. Quell’emozione — il sentirsi senza via d’uscita e poi trovare una speranza — era qualcosa che volevo portare in Thunderbolts*».

«Sul mio monitor c’erano anche clip di Ronin, Breakfast Club, Mission: Impossible 4, Le iene: un estratto di materiali completamente agli antipodi, ma tutti condividevano la stessa intensità emotiva. Credo che, guardando Toy Story 3 da una prospettiva più ampia, il tema dell’obsolescenza sia potentissimo, e volevamo portare proprio quel tipo di risonanza anche nel nostro film. Mi ispiro spesso a Pixar perché, anche se realizzano grandi film per il grande pubblico, non rinunciano mai alla profondità emotiva. E questo era proprio il nostro obiettivo: creare un film di ampio respiro senza sacrificare cuore e idee».

Florence Pugh ha descritto Thunderbolts* come un film che ricorda un’opera A24, unendo intensità emotiva e caratterizzazione cruda. Era un tono che cercavi consapevolmente fin dall’inizio? Come hai trovato il giusto equilibrio con il DNA più spettacolare dei Marvel Studios?

«Ne abbiamo scherzato tanto, perché durante le riprese potevamo contare su tantissimi collaboratori provenienti da progetti A24. Ma no, non abbiamo mai pensato realmente a Thunderbolts* come a un film indie. Volevamo, però, mantenere quell’idea che non bisogna sacrificare l’emozione o la profondità dei personaggi solo perché si lavora su larga scala. Volevamo consegnare a un cast di questo livello un materiale degno delle loro capacità, sia per quanto riguarda le scene più emotive che nella commedia e nell’azione. L’intensità che hanno manifestato in ogni momento ci ha spinto a offrirgli sempre di più».

In precedenza hai diretto Lo scontro (Beef), una serie profondamente radicata nella tensione emotiva e nella connessione umana. Come ha influenzato quell’esperienza il tuo lavoro su Thunderbolts*?

«Non solo l’esperienza di Beef ha influenzato Thunderbolts*, ma anche molte delle persone che hanno lavorato al progetto hanno contribuito a questo film. Sonny Lee, il creatore di Beef, ha scritto diverse bozze di Thunderbolts* prima di tornare a lavorare alla seconda stagione dello show. Joanna Callow, che ha lavorato alla sceneggiatura di Beef e co-creato The Bear, ha scritto altre versioni dello script. Anche la scenografa Grace Yoon e il montatore Harry Yoon hanno collaborato a entrambi i progetti. Con Beef abbiamo imparato che emozioni come la solitudine o il vuoto interiore, pur sembrando intime e piccole, sono in realtà universali e possono toccare un pubblico molto ampio. Con Thunderbolts* abbiamo voluto vedere se quelle emozioni potevano funzionare anche su scala più grande, senza compromessi».

Il film affronta tematiche come la salute mentale e la solitudine – raramente associate ai ai cinecomic – con grande delicatezza. Come hai lavorato sulla sceneggiatura e sul set per rendere questi momenti così autentici e sinceri?

«La cosa più importante è stata permettere a tutti di portare la propria esperienza personale nel progetto, dagli sceneggiatori agli attori. Con Florence Pugh, ad esempio, abbiamo discusso a lungo ogni scena, cercando insieme ciò che percepiva come autentico e cosa no, senza mai accontentarci finché non trovavamo una verità condivisa. Tutti hanno contribuito con la propria sensibilità, rendendo ogni personaggio onesto nel proprio percorso emotivo, pur in un mondo stilizzato come quello Marvel».

Il cast di Thunderbolts* riunisce attori provenienti da generi ed esperienze molto diverse. Cosa ti ha sorpreso di più della loro chimica o del modo in cui si sono evolute le loro performance durante le riprese?

«Non direi che mi abbia sorpreso il talento, perché li ammiro tutti moltissimo. Quello che mi ha davvero colpito è stata la rapidità con cui la chimica si è creata. Già dalla prima table read e dalle prime prove era chiaro che il gruppo funzionava alla perfezione: le dinamiche tra Ava, Walker, Yelena e Bob erano vive e autentiche. Hannah è stata straordinaria nel ruolo di collante emotivo della squadra, con il suo stile asciutto e incisivo. È stato emozionante vedere tutto nascere con così tanta naturalezza, sin dall’inizio».

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