Se bastasse un cuore per ricominciare a vivere, un sentimento per allontanare tutto il peso devastante dell’esistenza, dell’essere qui, in un mondo sconnesso dove ogni voce è uguale e i giorni si ripetono fotocopiati, in perenne stasi tra una sensazione di morte e l’ansia che non ci sia davvero più nulla, di questo tutto che equivale a niente. I dubbi del protagonista Michael Stone sono gli stessi nostri (o perlomeno, della nostra parte più emo), così come di un’intera generazione cresciuta nella fragilità della società postmoderna, quella immersa negli psicofarmaci, nei sentimenti che ormai non conoscono vie di mezzo: o si è felicissimi fino a toccare il cielo con un dito, o tristissimi nel devasto. E proprio tra queste sensazioni oscilla Stone, apatia ed euforia, speranza e sconfitta, fino a quell’incontro che potrebbe finalmente cambiare tutto: un nuovo amore, un incontro fortuito in un albergo sperduto di Cincinnati.
Charlie Kaufman e Duke Johnson mettono in scena un’educazione sentimentale apparentemente semplicissima e quasi classica nel suo svolgersi, ma sono i molteplici livelli di lettura a renderla ancora una volta un’opera tanto complessa quanto ricca di sfumature come già Essere John Malkovich o Synecdoche, New York. E la cosa più bella è che in tutto questo lavoro intellettuale sulla scrittura (ad esempio, il nome dell’albergo in cui si svolge la narrazione, Fregoli, richiama sia una malattia mentale che Leopoldo Fregoli, attore teatrale particolarmente noto per le sue imitazioni), gli autori non perdono mai il focus sul fattore umano, nonostante un’animazione in stop-motion minimale e scarna. Il racconto diventa universale, e l’universale, uno specchio in cui riflettersi.
Dall’altra parte, il ritratto di un uomo che non vorremmo mai essere, ma che purtroppo siamo diventati. La parabola, ancora una volta, ci ricorda come l’unica possibile stabilità non si trovi nel posto in cui siamo o nelle persone con cui riusciamo a stabilire una connessione, bensì nel nostro piccolo e complicatissimo cervello: happiness is a state of mind. E aggiungeremmo, of heart. Kaufman non propone una soluzione, ma si limita a esporre il dramma con empatica sincerità, talvolta alleggerendo con l’umorismo, altre volte accentuando con delle sequenze oniriche. Ben presto la love story diventa un incubo in loop, e la maledetta paura, usciti dalla sala, è quella di sentirsi veramente un pupazzetto in stop-motion. Come a dire: una volta ti cancellavo solo se mi lasciavi; oggi, ti cancello a prescindere, perché sono una persona triste.
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