Sono passati 12 anni e nessuna serie sci-fi è ancora riuscita a superare questo rivoluzionario esperimento televisivo
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Sono passati 12 anni e nessuna serie sci-fi è ancora riuscita a superare questo rivoluzionario esperimento televisivo

Una serie che ha ridefinito la fantascienza televisiva e la recitazione sul piccolo schermo.

Sono passati 12 anni e nessuna serie sci-fi è ancora riuscita a superare questo rivoluzionario esperimento televisivo

Una serie che ha ridefinito la fantascienza televisiva e la recitazione sul piccolo schermo.

Cosa faresti se incontrassi qualcuno identico a te in ogni dettaglio… e poi quella persona morisse davanti ai tuoi occhi? È da questa premessa che nel 2013 nasceva Orphan Black, la serie canadese che, nel giro di pochi episodi, avrebbe rivoluzionato la fantascienza televisiva e ridefinito il concetto stesso di performance attoriale. Dodici anni dopo, nessuno è ancora riuscito a ripetere il suo miracolo narrativo.

Creata da Graeme Manson e John Fawcett, la serie racconta la storia di Sarah Manning (interpretata da una straordinaria Tatiana Maslany), una truffatrice che, dopo aver assistito al suicidio di una donna identica a lei, ne assume l’identità per sfuggire ai propri problemi. Ma quel gesto impulsivo la catapulta in un complotto scientifico di proporzioni sempre più vaste: Sarah scopre di essere una delle tante clonate, tutte geneticamente uguali ma profondamente diverse per personalità, accento, linguaggio del corpo e visione del mondo.

Fin dal suo debutto su BBC America, Orphan Black ha conquistato pubblico e critica per il modo in cui riesce a mescolare thriller, dramma e fantascienza sociale senza mai perdere ritmo o autenticità. La regia alterna scene di pura tensione ad altre più intime e umane, mentre la scrittura esplora temi complessi come l’identità, la libertà genetica e il controllo del corpo femminile.

La genialità della serie, però, risiede tutta nella sua interprete principale. Tatiana Maslany non interpreta solo un personaggio: ne porta in scena oltre dieci, ciascuno con una vita, una voce e un modo di muoversi distinti. Ci sono Sarah, la sopravvissuta; Alison, la casalinga perfetta sull’orlo di una crisi di nervi; Cosima, la scienziata idealista; e Helena, l’assassina traumatizzata cresciuta in un culto religioso. Tutte uguali nel DNA, ma diverse in ogni altra cosa.

Il livello di precisione di Maslany è tale che il pubblico riesce sempre a distinguere un clone dall’altro, anche quando una si finge un’altra: recitazione allo stato puro, un esercizio di controllo e trasformazione che nessuno, da allora, è più riuscito a eguagliare. Dopo anni di proteste del pubblico — e dell’autoproclamato #CloneClub — l’attrice vinse finalmente l’Emmy come Miglior Attrice in una serie drammatica nel 2016, ponendo fine a una delle più grandi ingiustizie televisive del decennio.

Oltre alla sua protagonista, Orphan Black è rimasta un caso di studio per come è riuscita a essere realistica e folle allo stesso tempo. L’idea della clonazione era scientificamente plausibile, ma la serie la sfrutta per esplorare paure molto umane: la perdita dell’identità, la mercificazione della vita, il bisogno di appartenenza. E lo fa con uno stile riconoscibile, capace di alternare l’umorismo nero a momenti di pura angoscia.

Nel 2024 AMC ha tentato di riprendere in mano l’eredità della serie con Orphan Black: Echoes, spin-off ambientato in un futuro distopico con Krysten Ritter protagonista. Nonostante le buone intenzioni e il ritorno di alcuni volti noti, la nuova serie non è riuscita a ricatturare l’energia, la tensione emotiva e la complessità dell’originale. Forse perché Orphan Black non è solo una storia di fantascienza, ma una riflessione sulla condizione umana, travestita da thriller biologico.

A distanza di dodici anni, Orphan Black resta un esperimento televisivo irripetibile, una serie che ha spinto la TV oltre i suoi limiti tecnici e narrativi. Pochi progetti hanno saputo combinare una costruzione così ambiziosa con una scrittura così empatica, dando vita a un universo che parla di genetica, ma in realtà racconta l’essenza dell’individualità.

Fonte: Collider

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