Arriva finalmente in Italia This Must Be the Place, il film di Paolo Sorrentino presentato in concorso al Festival di Cannes 2011. Protagonista assoluto è Sean Penn nelle vesti di Cheyenne, una ex rockstar, innamorato della moglie, ma annoiato dalla ricchezza e dalla vita. Una telefonata cambia il corso del tempo. Il padre, che non vede da venti anni, è ormai sul letto di morte. Cheyenne scoprirà il passato attraverso i diari del padre nei quali, deportato nei campi di concentramento, racconta le umiliazioni subite da un nazista. Cheyenne, lottando tra vendetta e desiderio di redenzione, decide di partire alla ricerca del criminale nazista che ora vive nascosto negli Stati Uniti. Nel cuore dell’America inizia così il viaggio che cambierà la sua vita. «Da spettatore», racconta Sorrentino, «non amo i fim che raccontano solo un tema: penso che  un film sia invece un’occasione per parlare della molteplicità della realtà. In This must be the place lo sfondo storico è l’Olocausto ma sarebbe errato e presuntuoso definirlo un film sull’Olocausto. È un film che racconta il punto di vista di un uomo di oggi, tra la noia e la depressione. È anche un film sulla musica: il titolo prende spunto da una canzone che a me piace molto, che è dei Talkings Heads».

Tanti gli spunti di This Must Be the Place che è un film coraggioso dal punto di vista produttivo (il film, che ha un budget di 28 milioni di dollari, nasce in Italia con Indigo Film e Lucky Red, Banca Intesa San Paolo e Medusa Film insieme all’Irlanda e alla Francia) e della realizzazione. «In tre giorni Sean Penn», racconta il produttore Nicola Giuliano, «ha letto la sceneggiatura e si è reso disponibile a lavorare nel film. Dopo la fase iniziale di entusiasmo, dove tutto sembra facile, ci siamo resi conto della fatica di mettere in piedi un budget internazionale: il film, preparato in Italia, sarebbe stato girato poi in Irlanda e in America. È stata un’architettura finanziara difficile. Abbiamo deciso però di rinunciare ad una collaborazione con una major americana per poter realizzare un film europeo dove Sorrentino avrebbe potuto essere libero da logiche commerciali». E lavorare con Sean Penn? «Lavorare con lui è stata una bella e lussuosa vacanza», spiega il regista, «Sean Penn ha dato tantissimo al mio film, giocando sulle sfumature. La voce in falsetto e il modo di camminare di Cheyenne, che riproduce l’andatura dei ricchi che si sentono in colpa di esserlo, sono tutte idee di Sean Penn. Con la sua sofisticata attenzione ha portato felici novità al film, lì dove sceneggiatori e registi non riescono ad arrivare. Posso dire con molto pudore che nel film ci sono degli elementi autobiografici che non racconterò. Non amo la moda, che domina la realtà di oggi, di parlare continuamente di sé». Tra i progetti futuri Sorrentino guarda anche all’Italia: «Il nostro Paese non è mai addormentato e ha un serbatoio ricco di storie da raccontare». Andrà agli Oscar? «Per esser candidato agli Oscar», spiega Giuliano, «deve essere distribuito nelle sale americane entro dicembre. È stato acquistato dalla Weinstein Company ma ancora non si sa se per questioni tecniche riuscirà ad essere distribuito in America entro la fine dell’anno».

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