Lo vedi nel suo completo scuro, le gambe accavallate, le scarpe lucide e il fermacravatta, e pensi: Bond, è lui. Clive Owen siede a un tavolo negli uffici dell’Auditorium Parco della Musica, è a Roma per presentare The Knick, il serial che ha prodotto assieme a Steven Soderbergh e incentrato su un ospedale newyorkese di inizio ’900. Ha un eleganza perfettamente britannica, composta ma naturale e spigliata: proprio il tipo di contegno che si associava a 007 prima della svolta muscolare di Daniel Craig. Forse è questo il problema, sembra un uomo d’altri tempi e d’altro cinema. Non è quindi un caso che risulti così perfettamente in parte, così efficace, in questo serial in costume prodotto da HBO in cui interpreta un pioniere della chirurgia, tossicodipendente e visionario. Un genio intrattabile e razzista che innova la scena medica del secolo scorso in un periodo in cui ancora i dottori assomigliano molto a dei macellai, e operano i propri pazienti a mani nude e senza mascherina sulla bocca.

 

Best Movie: Il tuo John Thackery è un genio o un mostro?
Clive Owen: «Non è un mostro, non userei quella parola… È un genio, molto complesso e provocatorio. È uno che si prende continuamente dei rischi per migliorare le sue capacità. Non è quel tipo di personaggio rassicurante da cui lo spettatore si lascia tranquillamente condurre alla scoperta di un mondo, in questo caso la scena medica di inizio ’900. È controverso e stimolante. Ed è un bene essere stimolati».

BM: Qual è la parte davvero geniale in lui?
CO: «Diciamo che i suoi metodi possono trovare molte persone in disaccordo, ma lui è sicuro che tutti ne trarranno prima o poi un beneficio più grande. E questo è quello che accadeva nel mondo della medicina allora, era fatto da persone che andavano controcorrente e scoprivano cose di cui in tanti poi avrebbero potuto godere. Ovviamente questo discorso porterebbe a un conflitto irrisolvibile qualcuno meno deciso di lui, visto che per qualunque beneficio tu possa portare, c’è sempre qualcuno che perde tutto».

BM: A chi ti sei ispirato?
CO: «Di base alla storia di un vero dottore, quella raccontata dal libro Genius on the Edge: The Bizarre Double Life of Dr. William Stewart Halsted: riporta esattamente quelli che potevano essere la vita e i casi di un dottore di New York all’inizio del XX secolo. E poi avevamo la sceneggiatura sulla quale lavorare, ed è stato incredibile farlo con Steven, vedere quanto in là ti possa spingere. Quando finalmente riesci ad arrivare alla fine di qualche scena, ti fermi e realizzi quello che hai girato, ti dici: “Abbiamo fatto veramente tutto questo?”».

BM: Quindi tutto quello che vediamo nella serie è realistico?
CO: «Non c’è niente all’interno di The Knick che non sia basato su come realmente funzionava un ospedale e la società, a New York, all’inizio del XX secolo. Quindi anche la poca importanza che si dava all’indossare i guanti e la mascherina quando si operava un paziente. Anzi, abbiamo ricostruito proprio le operazioni guardando centinaia di fotografie dell’epoca, basandoci sui dibattiti che i dottori tenevano circa le procedure e gli strumenti da utilizzare. Ed è chiaro che c’era molto più sangue e molta più teatralità di quella che ci aspetteremmo pensando ad oggi». […]

 

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