Il sospetto è che dal 25 maggio 1977 più d’uno si senta Solo.
Non per chissà quale carenza d’affetti, intendiamoci. Proprio nel senso di sentirsi Han Solo – o Ian, nello scellerato doppiaggio d’allora grazie al cielo lasciato cadere fra le fauci del Sarlacc. Ebbene il sospetto, anzi la quasi certezza, è che da 38 anni in milioni si sentano come il contrabbandiere al comando del Millennium Falcon, l’astronave ispirata a un hamburger, quella che in ogni sondaggio o presunto tale risulta sempre fra le due più significative della storia del Cinema. Tantissimi altri si sentono Luke, eroi classici, di quelli con tutta la Forza dell’Universo nelle vene, ma con sulle spalle la responsabilità di un ordine mistico che lo stesso Han imparò solo col tempo a rispettare. E di cui le nuove generazioni, cresciute a CGI e Jar Jar Binks, povere loro, hanno invece conosciuto tutto e subito, frequentandone i giovani padawan fin negli asili Jedi di Coruscant. A volerla far breve, la questione è già tutta qui: oggi in pochi possono dirsi estranei all’eredità di quei tre film – diventati poi sei, sette – capaci non solo di rivoluzionare il cinema; piuttosto in grado di incidere l’immaginario di un Pianeta intero e diventare parte di milioni di vite. Lo dimostrano tutte le testimonianze celebri raccolte in questo pezzo, che abbiamo ribattezzato Star Wars Memories: via dalle sale, l’epopea stellare ha condizionato passioni, gusti, scelte di carriera e pure fidanzamenti, addirittura identità. Lungi da analisi che hanno riempito libri – cosa di per sé già indicativa – il genio demiurgico di George Lucas ha dato forma a un universo 40 anni dopo più vigoroso che mai. Roba che nella musica han fatto forse i Beatles. Con la differenza che se chiedeste a vostro nipote di canticchiarvi “Lucy in the Sky with Diamonds” non gli vedreste la stessa luce negli occhi di quando gli proponete di esibire la sua nuova trisaber. Questo è Guerre stellari: la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande di noi ed eterno. La consapevolezza, comune a un seienne e a un ultra quarantenne, identica fra uno sceneggiatore, un rapper e un idraulico, che tanto tempo fa, in quella galassia lontana lontana, ci fosse lui a combattere Darth Vader, o a urlare a Chewbacca di disturbare le comunicazioni mentre si passa «alle armi grosse».

ROBERTO RECCHIONI
romanziere e fumettista, 41 anni
Dovevo avere sei anni. Il cinema era il Royal, vicino piazza San Giovanni. Mio padre, patito di fantascienza e fedele lettore della rivista Robot – che aveva dedicato un lungo speciale al film – ansioso di vederlo aveva trascinato me e mia madre a uno spettacolo serale gremito di gente. Ricordo tante persone in fila e poi un film visto nei primissimi posti, con un volume sparato ai massimi livelli. Non ho, invece, un ricordo preciso di quella prima visione, solo alcune immagini: Darth Vader nel caccia TIE, l’esplosione della Morte Nera. Le spade laser blu e rosse che duellano. Quello che so è che uscii da quel cinema cambiato. La magia poteva esistere e io ne avevo appena avuto un assaggio concreto. Il giorno dopo fui io a trascinare mio padre in un negozio per comprare il pupazzetto del mio personaggio preferito con i soldi che mi aveva dato una nonna che non vedevo quasi mai. Comprai Han Solo. Era uno di quelli della prima serie, prodotti dalla Kenner. Aveva i pantaloni blu con una striscia rossa e i capelli appiccicati alla testa. Nel complesso, non somigliava quasi per nulla a Harrison Ford, ma io lo trovavo magnifico. Lo tenni stretto nella mano per giorni, ma persi il blaster in dotazione quasi subito. In seguito rividi quel primo Star Wars decine di volte. No, siamo onesti: più di un centinaio di volte. E comprai molti giocattoli, e libri, e modellini, e statue, e magliette, e videogiochi, dedicati alla saga di Lucas. Solo dopo capii come quel film fosse stato fatto, da cosa venisse, cosa aveva omaggiato e cosa plagiato. Capii che, razionalmente, non era l’oggetto perfetto che mi era parso a sei anni, ma la magia di quella notte, nonostante tutta la consapevolezza acquisita, non è mai passata e questo conta più di ogni altra cosa. Guerre stellari non è una cosa che ti piace o meno. Guerre stellari è una cosa in cui credi o meno. E almeno in questo, io sono un fedele ortodosso.

Esatto, una cosa da pazzi fanatici. I dialoghi di Star Wars fecero ridere per primi Carrie Fisher e Harrison Ford, che sul set si davano di gomito – dopo averci dato dentro in camerino – a ogni indicazione di Lucas. Nelle prime interviste, Mark Hamill fu spesso pizzicato a sminuire la propria partecipazione al progetto. Voleva far teatro, lui. Era un attore serio, mica uno da cappa e spada laser. Negli studi londinesi in cui Lucas girò alcune sequenze, addirittura i tecnici, gli stessi sopravvissuti qualche anno prima alle odissee siderali di tale Kubrick, si dicevano pronti a «illuminare meglio il cane» ogni qual volta il buon Peter Mayhew si presentava davanti la cinepresa nel suo costume peloso di 2 metri e 20. Tutto questo prima di quel 25 maggio. Poi, quella data arrivò. Si narra che il regista nemmeno se ne accorse, preso com’era da alcuni ritocchi ai mix audio. E che Hamill, chiamato in studio per aiutarlo verso le 22, passando in limousine davanti al cinema AVCO nel Westwood, scorse la fila lì dalle 8 del mattino. «Quello sono io» sentirono urlare dal finestrino le 2000 persone ancora in attesa di vedere, nel settimo e ultimo spettacolo di quel giorno di debutto, quanto scorresse potente la Forza nella famiglia Skywalker. La fila non solo aumentò la mattina dopo. Crebbe per mesi. E durò  38 anni. Da quel 25 maggio, il sospetto – anzi la certezza – è che a milioni si sentano Solo, Luke o Leia. E poi, ovvio, Anakin e quindi Darth. Ma anche Boba o… Jar Jar.

LUC(A SKYWALKER) ARGENTERO
attore, 37 anni
Sinceramente non mi ricordo la mia prima volta con Guerre stellari. Anche se il nostro è stato un amore a prima vista, il mio pensiero si perde nella miriade di serate e pomeriggi passati in compagnia dei cavalieri Jedi. Non so se riesco a essere obiettivo nel parlare di Star Wars perché ha avuto un ruolo davvero importante nella mia adolescenza; quasi mi commuovo e sorrido nel rivedermi ragazzino intento a fendere l’aria con bastoni fintamente laser, scatole di panettoni in testa dipinte di nero, o concentratissimo cercando di spostare qualcosa con la forza della mente. Luke Skywalker sono io. Siamo stati tutti lui e continuerò sempre a sentire quella voce saggia che mi ricorda di usare la Forza… È stata la saga a raccontarmi per prima in modo comprensibile la lotta fra Bene e Male, a spiegarmi che il sacrificio, la dedizione, la costanza regalano grandi risultati, la prima a ricordarmi che l’universo non è abbastanza grande per contenere la fantasia e la voglia di inseguire i propri sogni. Vi svelo un piccolo segreto: la scorsa estate ero a Los Angeles dove il mio piccolo agente locale era riuscito a organizzarmi un incontro con la responsabile del casting di J.J. Abrams. Raggiungo l’indirizzo indicato e mi rendo conto di stare per entrare alla Bad Robot; mi avventuro con deferenza attraverso corridoi ricolmi di cimeli ed entro finalmente nella classica stanza per i provini. Di fronte a una piccola telecamera e a una gentilissima signora inizia una chiacchierata informale dalla quale capisco subito che le mie possibilità sono pressoché nulle e quindi mi lancio in un tentativo folle: cerco di convincere la responsabile del casting che anche Luke, come tre quarti del popolo americano, ha origini italiane, o quantomeno un trisavolo siciliano e che questo meriti di essere raccontato nel prossimo capitolo…

Altrettanto curioso è che spesso ci si senta un po’ Solo e un po’ Skywalker. Inevitabile constatare che quasi sia uscito da un trattato di Jung, o da un Inside Out ante litteram, ogni character è un carattere.

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