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Quando Stefano Accorsi parla di lavoro e cinema è serissimo e non si concede divagazioni, ma basta accennare alla possibilità di una commedia con l’amico Favino che subito si lascia andare ai tormentoni goliardici che caratterizzano da sempre il gruppo de L’ultimo bacio e di Baciami ancora. Lo intercettiamo all’aeroporto, dove sta per volare a Parigi dai suoi bambini (avuti dalla modella e attrice francese Laetitia Casta); è indaffarato ma si concede generosamente alle nostre domande, soffermandosi molto più del tempo concordato, non interrompendosi neppure quando la voce dell’hostess annuncia che il volo è in partenza.

(Fischio di inizio) Sei un attore che ha sempre avuto fiuto per i registi in fase di lancio. Com’è nato il tuo rapporto con l’autore de L’arbitro Paolo Zucca?
«Il caso ci ha fatto incontrare in un albergo, dove mi ha consegnato il dvd del suo corto omonimo e il copione. Un approccio fortuito con un ragazzo che lasciava intuire di avere un suo stile molto personale: tocchi di surrealismo, il bianco e nero, una grande ironia… Poi in questo settore il successo di un’operazione è impalpabile, ma tutto il progetto profumava di buono».

Nel film i tuoi arbitraggi sembrano una coreografia. C’è anche una scena in cui, nel privato, ricordi Mel Gibson in What Women Want. Ti piace ballare?
«L’arbitro che interpreto viene soprannominato Il Principe, perché fa dello stile il suo punto di forza. Ballare mi diverte molto e quella scena nasce quando il mio personaggio riceve una convocazione eccellente (dal presidente dell’immaginaria Fefa, alias un fantomatico Jean Michel, ndr), e quel momento racconta bene la sua esultanza. Se hai paura di essere ridicolo lo diventi, ma se non hai quel timore scivoli via. L’abbiamo girata sull’onda del divertimento e con grande energia».

Veniamo al cuore della pellicola: il calcio, comprese le mazzette. Tu tifi?
«Calcisticamente sono ateo. Seguo la boxe, il nuoto, l’atletica leggera…
Il nostro, però, non è un instant movie sugli scandali calcistici, perché sono operazioni che si datano in fretta. È piuttosto un film sulle debolezze umane, sugli entusiasmi personali. Anche se lo scandalo c’è, perché il Principe accetta una mazzetta per ingenuità e leggerezza e, per punizione, si ritrova ad arbitrare due squadracce sarde di terza categoria».

Se L’arbitro non è un instant movie, lo è 1992, il serial nato da una tua idea che parla di Tangentopoli. Ce ne parli?
«È un progetto che nasce dal desiderio di raccontare l’Italia più recente, di cui sentivo la mancanza, ma soprattutto mi interessava vivere l’esperienza dei corridoi del potere, di mostrare le retrovie a un passo dalla ribalta. C’è il ragazzo che collabora con Di Pietro, il reduce che torna dalla Guerra del Golfo e si iscrive nella Lega e il pubblicitario dal passato torbido legato a Bologna ’77, il mio ruolo. Tutti i personaggi sono di fantasia, escamotage che ci ha permesso di raccontare liberamente quell’anno cerniera tra la Prima e la Seconda Repubblica. Amo il mio personaggio pieno di sfumature: non certo un buono».

Focalizzarsi su un anno ha dei vantaggi?
«Concentrandoci su un’unica porzione, siamo riusciti a offrire una fotografia dell’intero periodo. Fu un momento pieno di avvenimenti: l’arresto di Mario Chiesa, da cui prese il via l’inchiesta Mani pulite – con tutto l’affetto per Di Pietro – ma anche gli omicidi di Falcone e Borsellino e la nascita della Lega. Si respirava un entusiasmo travolgente che stride con lo scoramento di oggi. La serie uscirà alla fine del 2013 su Sky Cinema». […]

(Foto Getty Images)

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