Quando si parla di biopic contemporanei, e in particolare legati all’universo tecnologico, che rinnova i propri scenari – i propri luoghi, il proprio linguaggio – a un ritmo forsennato, il tempismo diventa un fattore decisivo.
Steve Jobs è un film gemello di The Social Network, nel senso che rifiuta di netto – questo ancora più di quello – il percorso della biografia convenzionale, sostituendo la cronologia di una vita con alcune fotografie, e l’indagine giornalistica con la drammaturgia.
Detto in altri termini, il lavoro degli autori gira attorno all’icona – Jobs o Zuckerberg – molto più che all’uomo.

Arriva però, il film di Danny Boyle, un po’ in ritardo rispetto alla storia che racconta, dove invece The Social Network metteva in scena un mondo mentre quel mondo cominciava a mostrarsi a tutti, e quindi contribuiva alla sua percezione.
Per tutte queste ragioni – compresa l’esistenza di un biopic più tradizionale sul personaggio uscita qualche anno fa con protagonista Ashton Kutcher, e numerosi documentari (ce n’è anche uno di Alex Gibney appena uscito in home video), senza contare i libri – c’era qui la necessità, produttiva e artistica, di creare un’opera che mettesse un punto; che fosse tutto quanto era già stato fatto, e al contempo qualcosa di diverso.

Aaron Sorkin, geniale sceneggiatore di capolavori come Moneyball e il citato The Social Network, o in televisione di The Newsroom, sceglie allora di raccontare Jobs attraverso tre momenti chiave (la presentazione del primo Mac, quella del primo computer Next, e quella dell’iMac) del suo percorso professionale, isolandolo in tempi e luoghi precisi, e mettendosi quindi nella condizione di dover rappresentare anche la sua vita privata e i suoi conflitti personali (il rapporto burrascoso con la madre della sua unica figlia), dentro quei tempi e quei luoghi. È chiaro che quello che ne esce è una forzatura, un esercizio di stile che richiede un dispositivo di scrittura formidabile e che se ne frega della ricostruzione.

Questo ha una ricaduta che non va sottovalutata, cioè che Sorkin deve (vuole) fare una fatica enorme per dire anche le cose ovvie. E che non gli resta molto fiato per dire quelle meno ovvie. Ecco allora il Jobs narcisista e anaffettivo, perfezionista maniacale, visionario ma tecnicamente incapace, che si può aspettare anche chi ha letto solo un paio di articoli sul personaggio.  Ed ecco, di nuovo, attori formidabili (Fassbender è un mostro: non nominarlo all’Oscar sarebbe uno scandalo) recitare dialoghi che sono svolazzi, per dire cose non troppo sorprendenti. “Tu che strumento sai suonare? / Io sono il direttore dell’orchestra“. Oppure, riferendosi al walkman: “Ti metterò mille canzoni in tasca, perché non siamo selvaggi, e tu non puoi andare in giro con quel mattone al collo“.

Qual è il risultato? Il risultato è che il cinema diventa un teatro, e sul palco c’è prima Sorkin, e poi tutti i suoi attori, e solo dopo, molto dopo – quando la gente sta già applaudendo, perché tutti sono stati bravissimi, e il regista ha fatto il poco indispensabile, cioè la cosa giusta per valorizzarli – solo allora c’è Steve Jobs. Papà restio ma attento. Collega spietato ma lucido. Capo severo ma capace di valorizzare e apprezzare i suoi dipendenti.
Era questa cosa qua, lui? Ha importanza?
Forse no, perché anche se questo Jobs è solo un personaggio in cerca d’autore – e d’attore – ha trovato professionisti straordinari, e lo show è maestoso.

Il film uscirà in sala il 21 gennaio. Clicca qui per vedere il trailer.

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