«Tutta l’energia e l’azione contenute nel film sono dovute ai dialoghi: brillanti, lunghi e articolati, da recitare a un ritmo sostenuto e quasi senza interruzioni, come a teatro. È stato un privilegio poter lavorare con questo script formidabile» ha spiegato Michael Fassbender, protagonista e maschera cinematografica di Steve Jobs, sintetizzando così una delle caratteristiche principali della scrittura di Aaron Sorkin, per il quale il suono delle parole è importante tanto quanto il loro significato. A 54 anni lo sceneggiatore americano è considerato uno dei più importanti autori nel panorama televisivo e cinematografico contemporaneo, sia per la capacità di tratteggiare personaggi carismatici e complessi che per l’abilità di raccontare l’identità di una nazione attraverso storie che svelano quello che accade dietro le quinte di un mondo: che si tratti della Casa Bianca (la serie Tv West Wing – Tutti gli uomini del Presidente, premiata con 26 Emmy), di una redazione giornalistica (The Newsroom), delle battaglie che hanno portato alla nascita di Facebook (The Social Network, per cui vinse il suo primo Oscar) o dei successi e i fallimenti, appunto, di Steve Jobs. Per scrivere il film, che arriva nelle sale italiane il 21 gennaio, a 4 anni dalla scomparsa del fondatore della Apple, Sorkin è partito dalla biografia autorizzata scritta da Walter Isaacson… e poi ci ha messo del suo. Eppure, ci tiene a specificare quando lo incontriamo a Londra, «sin dall’inizio non avevo alcun interesse a realizzare un biopic classico».

Best Movie: Si spieghi meglio.
Aaron Sorkin: «I film biografici hanno una struttura precisa e un po’ prevedibile, con la quale il pubblico ha una certa familiarità. Non volevo fare un elenco dei momenti più importanti della sua vita, ma allo stesso tempo non ero sicuro di ciò che mi interessava raccontare. Forse lo studio si aspettava un film diverso, ma mi sono detto: peggio per loro, ormai mi hanno assunto e quindi mi dovranno pagare per le mie idee (ride, ndr). Per fortuna la loro reazione è stata entusiasta».

BM: Come si è documentato?
A.S.: «Ho intervistato per un anno tutti quelli che avevano conosciuto Steve Jobs, per poi selezionarne soltanto alcuni da inserire nella stesura definitiva. Mi sono reso conto che, nella sua vita, Jobs ha avuto cinque rapporti complicati, cinque punti di frizione. Sono sicuro che discutesse anche con un altro centinaio di persone, ma ho preferito concentrarmi solo su questi cinque: Joanna Hoffman, il suo braccio destro; Steve Wozniak, co-fondatore della Apple; John Sculley, amministratore delegato della Apple dal 1983 al 1993; Andy Hertzfeld, membro del team della Macintosh, e la prima figlia, Lisa, della quale non si è assunto la paternità per anni. Ho deciso di approfondire queste relazioni attraverso tre momenti chiave della sua vita raccontati in tempo reale».

BM: Quali momenti?
A.S.: «Il film è diviso in tre atti, ognuno dei quali ambientato quaranta minuti prima del lancio ufficiale di un prodotto. Iniziamo dal 1984, con il primo Apple Macintosh, per poi passare al 1988, quando fu presentato al pubblico il computer NeXT, e infine al 1998, con l’uscita dell’iMac. Lo spettatore vive la storia come se fosse in diretta, mentre Steve è circondato da persone che richiedono costantemente la sua attenzione e parlano o litigano con lui».

BM: Che opportunità le ha offerto questo tipo di struttura narrativa?
A.S.: «Mi sono sempre piaciuti gli ambienti claustrofobici, specie quando i personaggi devono agire in un arco di tempo limitato. Inoltre amo osservare cosa succede dietro le quinte a teatro. La storia inizia nel mezzo dell’azione, perciò il pubblico si ritrova spaesato e deve capire in fretta cosa sta succedendo. Credo che, quando riesci a far stare lo spettatore in tensione, il risultato è una sensazione di grande euforia».

BM: Cosa rendeva Steve Jobs interessante ai suoi occhi?
A.S.: «Sarò onesto, all’inizio non lo era. Non sono un tecnofilo, anche se utilizzo un iPhone e ho scritto il film con un Mac. Inoltre ho una figlia e vedere come lui trattava la sua non me lo rendeva simpatico. Eppure proprio Lisa mi ha raccontato alcune storie non proprio lusinghiere sul suo conto, spiegandomi allo stesso tempo come per lei fosse chiaro che lui la amava».

BM: Anche The Social Network parlava del rapporto di un uomo con la tecnologia. Cos’hanno in comune Zuckerberg e Jobs?
A.S.: «Credo che Mark abbia inventato Facebook perché sentiva di non essere in grado di socializzare normalmente. La sola idea di parlare con gli altri, soprattutto con le ragazze, lo terrorizzava. Quindi possiamo dire che lo ha creato per se stesso».

BM: E nel caso di Jobs?
A.S.: «Lo spiegherò partendo dalla mia esperienza: prima di diventare padre avevo sempre pensato che la parte migliore di me fosse la mia scrittura e che potessi essere felice standomene chiuso, da solo, in una stanza. Volevo entrare nel mondo e piacere alla gente solo attraverso le cose che scrivevo. Credo che Steve pensasse di essere una persona poco piacevole, forse a causa del trauma vissuto da bambino, quando era stato adottato. Nell’ultima scena dice “I’m poorly made”, sono fatto male, di scarsa qualità. Questa è la sua frase più onesta. Vista la percezione che aveva di sé e la sua incapacità di cambiare, ha cercato di dare al mondo dei prodotti perfetti, che fossero migliori di com’era lui».

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