Storia di una ladra di libri: la Shoa spiegata ai più piccoli. La nostra recensione
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Storia di una ladra di libri: la Shoa spiegata ai più piccoli. La nostra recensione

Brian Percival traduce per lo schermo il bestseller di Markus Zusak, scegliendo una regia classica e didascalica, che valorizza le immagini e fa del suo film un libro illustrato

Storia di una ladra di libri: la Shoa spiegata ai più piccoli. La nostra recensione

Brian Percival traduce per lo schermo il bestseller di Markus Zusak, scegliendo una regia classica e didascalica, che valorizza le immagini e fa del suo film un libro illustrato

Nonostante la Seconda guerra mondiale e la storia di una bambina costretta a confrontarsi con la morte e l’orrore della guerra, qualunque paragone con altri celebri film sulla Shoa risulterebbe fuori luogo. Perché Storia di una ladra di libri, adattamento a cura di Brian Percival (Downton Abbey) del bestseller di Markus Zusak, si muove su altri registri. Una regia classica e didascalica ne fa quasi un libro illustrato, dove le parole del narratore – la Morte – si traducono in immagini esplicite ed esplicative.
Una scelta che smorza la durezza del racconto, della Storia (con la S maiuscola), per rendere accessibile a un pubblico giovane la vita della piccola Liesel, adottata dai coniugi Hubermann dopo l’abbandono della madre, costretta a fuggire dalla Germania nazista per via del suo credo politico. Con gli occhi pieni di lacrime e tra le mani la foto del fratellino morto e un manuale che non sa decifrare, si abbandona alle cure di Rosa e Hans, che oltre a sfamarla le insegnano a leggere le pagine dei romanzi come quelle della vita. Il suo percorso di formazione si compie definitivamente con l’incursione di Max, ragazzo ebreo che i genitori adottivi nascondono in cantina. Condividendo la stessa passione per la lettura e il sapere, il giovane guida Liesel nel passaggio dall’ascolto alla scrittura, spronandola ad affidare a un diario le emozioni e la percezione del mondo. E di fatto consegnandole lo strumento della sua salvezza.

L’aspetto più interessante del film ­– sul quale sarebbe stato interessante investire maggiormente, rinunciando piuttosto ad altre sfumature ­– è proprio la centralità che la lettura assume nella vita della protagonista: la curiosità con cui divora i libri, i rischi che è disposta a correre pur di avere tra le mani nuove storie in cui perdersi, l’urgenza dell’evasione per dimenticare la violenza e la paura che accompagnano le sue giornate. Un amore per la conoscenza che non è più di moda di questi tempi e di cui invece la pellicola sottolinea la necessità, quale scudo e arma con cui difendersi dalle logiche distorte del nostro mondo.

E poco importa se per far arrivare il messaggio a chi, come Liesel, passa le sue mattinate sui banchi di scuola si è scelto un effetto edulcorato e patinato: il fine giustifica i mezzi, in questo caso. Il problema è un altro: è l’eccesso di retorica e una ricerca della perfezione – nella costruzione di alcune scene così come nella caratterizzazione di alcuni comprimari – talmente maniacale da rendere palese la finzione e togliere al racconto la sincerità di cui si fanno carico i tre interpreti principali. Impeccabile la prova di Geoffrey Rush ed Emily Watson, abili non solo a dare consistenza ai rispettivi personaggi (i coniugi Hubermann), ma anche a far risaltare il talento della quattordicenne Sophie Nélisse, che forse qualcuno aveva già notato in Monsieur Lazhar. Sono le dinamiche famigliari che i tre mettono in scena a reggere il peso della vicenda e a creare il fil rouge, garantito nel romanzo dall’insolita voce narrante, la Morte. Che nel film purtroppo perde la sua dimensione critica e diventa una semplice voce fuori campo che nulla aggiunge, piuttosto banalizza.

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