Prima ancora che Stranger Things diventasse il fenomeno globale che conosciamo, prima dei Demogorgoni, dei portali e delle bici che sfrecciano nella notte di Hawkins, c’era un’altra storia: un documento ormai leggendario chiamato Montauk. Era il pitch con cui i fratelli Duffer provarono a convincere i network — un volume dall’aspetto sgualcito, costruito come un finto romanzo di Stephen King, pieno di immagini iconiche e idee tanto ambiziose quanto inquietanti. E, a quanto pare, proprio lì dentro si nascondeva già la direzione del gran finale.
Quel pitch, pensato come una vera “bibbia” creativa, conteneva la versione più pura e istintiva della serie. Non solo ne definiva la struttura in tre atti — la stessa che avrebbe guidato la prima stagione — ma anticipava temi, conflitti e persino gli esiti emotivi verso cui i personaggi sarebbero stati trascinati. Rileggendolo oggi, a nove anni di distanza, alcuni dettagli sembrano improvvisamente assumere un peso diverso, come se fossero stati messi da parte per essere recuperati proprio adesso, nel momento conclusivo della serie.
Molti fan sono convinti che i Duffer stiano preparando un finale circolare, capace di riportare Stranger Things al suo nucleo originario. E il pitch Montauk sembra suggerire esattamente questo. Al centro della storia iniziale c’era infatti un ragazzo intrappolato in un mondo oscuro e una figura misteriosa costretta a compiere un sacrificio per salvarlo. Una dinamica che all’epoca sembrava solo l’ossatura della prima stagione, ma che oggi potrebbe tornare come chiave per comprendere l’epilogo.
Anche i personaggi della famiglia Wheeler comparivano nel pitch con caratteristiche più marcate e drammatiche: cicatrici fisiche, tensioni familiari, percorsi sentimentali molto più turbolenti. Non tutto è stato utilizzato nelle stagioni precedenti, e proprio l’ultima potrebbe recuperare alcuni di questi elementi mai sviluppati, restituendo loro un significato nuovo.
Nel documento originale si parlava anche dell’importanza dei “personaggi secondari”, di figure destinate a sorprendere, a rivelarsi essenziali nel momento più critico. Un dettaglio che oggi, con un’ultima stagione piena di conti in sospeso, sembra improvvisamente tornare utile. Lo stesso vale per un’altra suggestione dei Duffer: un mondo in disfacimento, in cui le regole della fisica iniziano a cedere. Una visione che, in alcune immagini della nuova stagione, sembra prendere vita per la prima volta.
La verità è che Stranger Things ha mantenuto un’identità sorprendentemente coerente: la serie si è evoluta, è cresciuta insieme al suo pubblico, ma lo scheletro narrativo dei Duffer è sempre rimasto lì, solido, pronto a riaffiorare quando sarebbe servito di più. E ora che il sipario sta per calare, quel pitch “segreto” potrebbe rivelarsi la mappa definitiva per capire dove ci porterà il gran finale.
Il sospetto che qualcosa fosse stato già scritto nove anni fa non sembra più un’ipotesi da fan: è un’idea che, guardando indietro alle origini, diventa improvvisamente molto, molto plausibile.
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