Dopo dieci anni, Stranger Things ha salutato il pubblico con un finale pensato per essere emotivamente appagante, ma non necessariamente chiarificatore. La battaglia contro Vecna si è conclusa, il Sottosopra è stato neutralizzato e Hawkins, almeno in superficie, è tornata a una parvenza di normalità. Eppure la chiusura della serie ha lasciato una sensazione dolceamara, alimentata da una scelta precisa dei fratelli Duffer: chiudere la storia dei personaggi, ma non rispondere fino in fondo a tutte le domande chiave della mitologia. E ce n’è una, più di tutte, che continua a pesare sul senso complessivo della saga.
La questione centrale riguarda l’origine di tutto: l’entità, o “pietra”, che ha dato i poteri a Henry Creel. Nel finale viene finalmente mostrato il ricordo rimosso di Vecna, in cui un oggetto emerge da una valigetta e si insinua nel suo corpo, dando avvio al legame con il Mind Flayer. È un passaggio chiave, che ridefinisce il rapporto tra Henry e la creatura del Sottosopra, suggerendo una relazione più complessa di un semplice controllo unidirezionale. Tuttavia la serie si ferma lì, senza spiegare cosa sia realmente quell’elemento, da dove provenga e quale sia la sua natura. Una scelta tutt’altro che casuale: in una recente intervista Matt Duffer ha confermato che sarà lo spin-off ad affrontare questo nodo, spiegando chiaramente che «lo spin-off entrerà nel merito di questa cosa e la spiegherà, e a quel punto la capirete», aggiungendo che «risponderà ad alcuni dei fili narrativi rimasti in sospeso». Allo stesso tempo, ha precisato che si tratterà di «una mitologia completamente diversa», con personaggi completamente nuovi e nessun personaggio in comune. Un rimando consapevole al futuro che rende il finale della serie madre volutamente incompleto.
Alcuni elementi di questo passato, inoltre, sono già stati anticipati nello spettacolo teatrale Stranger Things: The First Shadow, che approfondisce la storia di Henry dopo il contatto con il Mind Flayer. Gli stessi Duffer hanno spiegato di aver dovuto «camminare su una linea molto sottile con lo spettacolo, perché gran parte del pubblico non ha potuto vederlo», chiarendo però che «la stagione finale doveva funzionare esattamente come avrebbe funzionato anche senza lo spettacolo».
Accanto a questa domanda fondamentale, restano altri nodi irrisolti. Il destino di Undici, ad esempio, è chiarito solo in parte: l’ambiguità è una scelta precisa e rivendicata. Come spiegano i Duffer, il finale è raccontato dal punto di vista dei ragazzi, che non sanno cosa sia davvero successo, e proprio per questo «anche il pubblico non può saperlo», dovendo decidere se credere o meno alla versione di Mike.
C’è poi il tema dei militari, che dopo anni di inseguimenti, esperimenti e minacce scompaiono improvvisamente dalla scena. Il progetto legato allo sfruttamento del sangue di Undici viene fermato, ma non viene mostrato alcun reale contraccolpo istituzionale, né viene spiegato perché i ragazzi vengano lasciati andare senza conseguenze. Una minaccia costante della serie che si dissolve senza una vera chiusura narrativa.
Infine, resta il caso di Will. Dopo aver scoperto che anche lui era stato un tramite, un “contenitore” come Henry, la sua apparente serenità dopo la morte del Mind Flayer solleva più domande che risposte. Il legame con l’oscurità sembra spezzarsi senza lasciare traccia, un passaggio emotivamente rassicurante ma narrativamente poco esplorato.
Stranger Things si conclude così, chiudendo la storia dei suoi personaggi ma lasciando volutamente aperta quella del suo mondo. E la risposta alla domanda più importante — da dove nasce davvero il male — è stata rimandata, ufficialmente, a un’altra storia.
Fonte: Variety
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