L'aliena punk Elle Fanning

1977, Inghilterra. Si festeggiano i primi 25 anni di regno della regina Elisabetta II. I Sex Pistols sono sulla cresta dell’onda e il punk, come movimento e ondata culturale senza precedenti, si sta abbattendo sulla fine degli anni ’70 con la forza di un uragano nuovo e inedito. Nel frattempo, a Croydon, sobborgo londinese di South London, dei ragazzini sconosciuti si avventurano nell’impresa di entrare in contatto addirittura con gli alieni, per far conoscere loro il punk e i suoi precetti esportandoli in una galassia lontana.

David Rooney dell’Hollywood Reporter a proposito del nuovo film di John Cameron Mitchell ha scritto che somiglia a un’anarchica collisione tra Jubilee di Derek Jarman e una versione gender-flipped di Le ragazze della terra sono facili, ovviamente riversata su una variante sotto allucinogeni di Romeo e Giulietta. Una definizione puntualissima per restituire il calderone entusiasmante e intossicante di stimoli e riferimenti visivi, cinematografici e musicali che Mitchell, esponente di punta del new queer cinema e voce tra le più acide e pungenti della sua generazione, ha riversato in questo suo nuovo e generoso lavoro, successivo a una sortita più convenzionale in un cinema doloroso, asettico e borghese quale fu Rabbit Hole.

Recuperando le atmosfere sgargianti, sfrontate e persino sconsiderate che lo hanno reso celebre, il regista di Shortbus adatta il racconto How To Talk to Girls at Parties del grande Neil Gaiman, già autore di Sandman e American Gods, e ne enfatizza a dismisura i colori e le follie, dando vita a una sorta di eco amplificata del testo scritto al quale si ispira.  Ci sono la bellezza del mistero e l’incanto della scoperta a farla da padroni, nel film di Mitchell, due sentimenti connessi con ogni adolescenza e romanzo di formazione che si rispetti, figuriamoci con uno consumato negli anni del punk. Un enigma privo di mappe e coordinate (dunque sbalestrante e irricevibile, per moltissimi) nel quale il film ci catapulta fin da subito, con Boadicea (Nicole Kidman) a fare da matrona sopra le righe in una galleria di eccentrici personaggi, abbigliati con gli outfit più improbabili che si possano immaginare e che provengono letteralmente da un altro universo.

La regina del film è però Elle Fanning, nei panni della bellissima ed eterea giovane aliena Zan, della quale si innamora il più timido e introverso Enn (Alex Sharp, il più giovane vincitore vivente di un Tony Award). Non un vero e proprio personaggio, perché il film se ne infischia della drammaturgia e della buona scrittura, quando una celestiale incarnazione di purezza, incoscienza e luminosità, che si confonde con le cose del mondo terrestre e ne rimane terribilmente attratta, come una falena intrappolata in un fascio di luce abbagliante ma potenzialmente mortale. Il sentimento che nasce tra i due è paradossale e surreale, forse non ha nemmeno coordinate fisiche, eppure è tenerissimo e magnetico, grazie soprattutto allo sguardo di un regista che sa prolungare il proprio incanto senza freni inibitori sugli occhi e sui cuori degli spettatori, trascinandoli con sé in una fiaba sospesa tra punk, post punk, new wave e glam (tutto insieme, in un frullatore indistinto), attraverso le epoche, i generi, gli stili, i sentimenti.

La fantascienza, in How to Talk to Girls at Parties, diventa alternativamente passerella kitsch e installazione camp, muovendosi senza soluzione di continuità tra poli opposti e contradditori, anche a livello narrativo. Ma non rinuncia al piacere di una performance punk capace di giocare col travestitismo, l’identità di genere, la poesia scombinata e fuori dai confini umani di un primo innamoramento fatto di amore e morte, di lacrime e dunque anche di rinascita. Dopotutto è essenzialmente un film di istinti basici, quello di Mitchell, un manifesto piantato nel passato per guardare al presente e rivolgersi a un futuro impossibile nel quale tuttavia ci piacerà ancora, essenzialmente e semplicemente, to eat, to shit, to dance, to fall in love.

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