Domani, giovedì 7 febbraio, arriverà nelle nostre sale Studio illegale, nuova commedia romantica di Umberto Carteni (Diverso da chi?), tratta dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo, con Fabio Volo protagonista. Nel film, l’attore interpreta Andrea Campi, giovane avvocato di un noto studio legale milanese, che per la carriera ha praticamente rinunciato a vivere la propria vita. Le cose cambiano quando incontra Emilie, una bellissima avvocatessa francese che rappresenta la controparte di un importante caso di cui Andrea si deve occupare. Dopo la resistenza iniziale, tra i due nasce un legame: ma come ci si può fidare l’uno dell’altra quando si è abituati a mentire per professione?
Stamattina abbiamo incontrato regista e cast a Milano, che ci hanno parlato della pellicola e del momento che sta vivendo la commedia italiana.
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Come descrivereste il look di Fabio nel film e su che basi avete scelto la colonna sonora?
Umberto Carteni: «Ho pensato a quel tipo di look per permettere a Fabio di diventare a tutti gli effetti il protagonista del film, Andrea Campi. Abbiamo fatto un lavoro ben preciso, che lo allontanasse il più possibile dal suo classico personaggio. Per quanto riguarda le musiche, a differenza di tanti film italiani, ho deciso di rivolgermi ad un compositore argentino, Maxi Trusso, che seguisse al meglio l’andamento della narrazione».
Fabio Volo: «Ci siamo ispirati allo stile degli anni Cinquanta e Sessanta, ed è stato molto divertente, perchè per come mi vesto io posso dire che Studio illegale si sia rivelato il mio primo film in costume! Per quanto riguarda la scelta delle musiche non vedo l’ora che esca il cd, perchè per il cinema italiano è una delle colonne sonore più belle degli ultimi anni».
Fabio, in base alla tua esperienza di scrittore, come ti sei trovato a recitare in un film tratto da un libro? Avresti voluto aggiungere qualcosa in più?
FV: «Mi piaceva l’idea di interpretare questo avvocato, dopo aver letto il libro di Federico e la sceneggiatura. È stata una bella esperienza. Poi cerco sempre di portare il personaggio verso di me, perchè non mi piace che in un film si noti troppo la recitazione. Devo dire che ho trovato molti punti in comune con il personaggio descritto nel libro, non solo con momenti della mia vita, ma anche con diverse persone che conosco. Avevo già interpretato un avvocato in Uno su due, però in questo caso ho potuto rivisitare quel mondo in modo più ironico, raccontando un contesto che visto dall’esterno può sembrare super-cool, ma che in realtà è fatto di tanta miseria umana».
Federico, credi che il film sia riuscito a rispettare il senso del tuo libro?
Federico Baccomo: «Il mio libro è una satira contro un certo tipo di mondo e di approccio al lavoro, secondo uno sguardo interno a quel contesto. Il film porta qualcosa in più, soffermandosi su colpi di scena della storia d’amore che ad esmepio nel testo mancano. E mi piace che in un certo senso sia un passo avanti rispetto a quello che ho raccontato. Io che ho scritto il libro ho ritrovato tutto il suo spirito nel film di Umberto».
Da cosa è dipesa la scelta di scritturare un attore come Ennio Fantastichini?
UC: «Essenzialmente dalla qualità dell’attore, uno dei migliori nel panorama italiano. L’abbiamo scelto perchè pensavamo potesse essere il più adatto per quel ruolo. E si è rivelato una persona con cui è un piacere lavorare».
Come descrivereste il momento che sta attualmente vivendo la commedia italiana, e quali altre strade potrebbe intrapendere in futuro?
UC: «Penso che stiamo vivendo in un momento in cui siamo tutti in punta di piedi e non si capisce qual è la reale tendenza del nostro cinema. Però non possiamo fuggire dalla realtà, dobbiamo imparare a fare dei film che guardino anche altrove, invece di fare delle commedie provinciali che parlino solo di noi, con un linguaggio solo ed esclusivamente italiano. È ora di avere delle storie di respiro un po’ più internazionale: spesso le commedie italiane si avvicinano troppo al varietà e al cabaret, mentre le commedie inglesi hanno un tono molto più raffinato e intelligente. Purtroppo noi siamo disabituati a questo linguaggio, proprio a livello culturale. Il mio obiettivo è andare verso questa direzione, cioè fare un cinema che smetta di guardare dentro i nostri confini».
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