Matt Damon e Julianne Moore in Suburbicon

Suburbicon è una piccola e incantevole città americana popolata da villette immacolate con giardinetti dall’erba perfettamente rasata, Cadillac scintillanti parcheggiate davanti all’autorimesse, steccati bianchi, casalinghe solerti e felici con le loro gonne a ruota, dove tutti si conoscono e si regalano ampi sorrisi. Siamo nel 1959 e il paese modello è una piccola fetta di paradiso popolata esclusivamente da bianchi, la cui pace olimpica viene disturbata da due imprevisti: l’arrivo in paese di una famiglia afroamericana, i Myers, e la rapina in casa ai danni di Gardner Lodge (Matt Damon), irreprensibile esponente della comunità.

È nelle alte palizzate che vengono erette per circondare la dimora dei Myers ed escluderne la visione ai vicini razzisti che Clooney dispiega tutto il suo pedigree obamiano, democratico e progressista. Suburbicon è – come spesso accade nella filmografia da regista della star – un film dal forte anelito politico e sociale, che si ispira alla storia vera di William e Daisy Myers (ostracizzati negli anni ’50 dalla loro comunità per il colore della pelle e diventati successivamente leader nel movimento per i diritti civili), e che nello slancio con cui stigmatizza la cultura razzista a stelle e strisce si autoproclama un chiarissimo manifesto antiTrump.

Uno slancio sincero che pecca di alcune ingenuità nel suo manicheismo suprematisti bianchi versus famiglia di colore: i due Myers (interpretati da Leith M. Burke e Karimah Westbrok) sono in pratica due alter ego estetici di Barack e Michelle Obama – belli, eleganti e ben educati -, mentre la famiglia Lodge dalla reputazione immacolata nasconde dietro la facciata oscuri segreti che genereranno una spirale di violenza incontrollata e dalle conseguenze tragicissime. 

L’America raccontata da Clooney non è un paese per vecchi, ma tanto meno per bambini. E usiamo il titolo del film più acclamato e premiato dei Coen non a caso, perché la sceneggiatura del film è un copione dei celebri fratelli del Minnesota risalente addirittura al 1986 (immediatamente successivo a Blood Simple – Sangue facile) rimasto nel cassetto fino al 2005 – quando Clooney ne acquistò i diritti – e approdata al cinema solo oggi, in quello che l’autore ha reputato essere il momento ideale per raccontare questa storia.

L’America di Suburbicon, dicevamo, non è un paese per bambini come il figlio di Gardner Nicky (la rivelazione Noah Jupe, già notato in The Night Manager) né per il figlio dei Myers, la cui infanzia è messa a repentaglio dagli istinti ingovernabili degli adulti, dipinti da Clooney come un’accozzaglia di individui pronti a proiettare barbaramente in un qualsivoglia capro espiatorio le loro frustrazioni o a calpestare qualsiasi legame e sentimento in vista del raggiungimento dei propri desideri. Un ritratto inquietante che i protagonisti Matt Damon e Julianne Moore (qui nel doppio ruolo di due gemelle) incarnano magnificamente.

Come spesso accade nei film scritti dai Coen la correlazione tra violenza e fatalità è molto forte. Così come ritroviamo la ferocia di uno sguardo che non ritiene nessun essere umano immune dai peggiori crimini e un’ironia sotterranea presente anche nelle scene più efferate.

L’impronta più forte del regista-attore si coglie non solo nel tono politico – che rischia di far cadere il film nella trappola del “film a tesi”-, ma anche nell’opera di addomesticamento dello stile coeniano privato dei guizzi malsani e ingovernabili presenti in film come Fargo e il già citato Non è un paese per vecchi, tanto da aver trasformato la spirale di violenza innescata dalla rapina iniziale in una sorta di cerchio di giustizia riparativa che, tirati al pettine tutti i nodi, vuole salvaguardare l’innocenza dei più giovani nelle mani dei quali Clooney consegna idealmente il futuro del proprio Paese. 

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