Superman, il DCU di James Gunn ha risolto un problema che Zack Snyder non aveva mai superato
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Superman, il DCU di James Gunn ha risolto un problema che Zack Snyder non aveva mai superato

Con Supergirl, l’universo DC guidato da James Gunn ha superato una criticità rimasta irrisolta nello Snyderverse

Superman, il DCU di James Gunn ha risolto un problema che Zack Snyder non aveva mai superato

Con Supergirl, l’universo DC guidato da James Gunn ha superato una criticità rimasta irrisolta nello Snyderverse

david corenswet nel poster di superman

Superman è sempre stato uno dei personaggi più difficili da gestire in un universo condiviso: troppo iconico, troppo potente, troppo centrale per comparire in una storia senza rischiare di spostare automaticamente l’attenzione su di sé. È una dinamica con cui il vecchio universo DC di Zack Snyder ha dovuto fare i conti più volte, senza riuscire davvero a trovare una soluzione definitiva.

Il problema, naturalmente, non era Henry Cavill. La sua interpretazione dell’Uomo d’Acciaio resta ancora oggi una delle più amate dai fan, ma il modo in cui Superman veniva utilizzato all’interno del Snyderverse rendeva complicato inserirlo in un racconto corale. Quando era presente, tendeva inevitabilmente a dominare la scena; quando non c’era, la sua assenza diventava altrettanto ingombrante.

Con il nuovo DCU, James Gunn sembra invece aver trovato un equilibrio diverso. Dopo il debutto di David Corenswet in Superman, il personaggio è tornato anche in Supergirl, ma senza oscurare Kara Zor-El, interpretata da Milly Alcock. Ed è proprio qui che il nuovo corso DC dimostra di aver risolto un problema che il precedente universo cinematografico non aveva mai davvero superato.

La presenza di David Corenswet in Supergirl poteva trasformarsi facilmente in un rischio. Dopo essere diventato il volto del nuovo DCU, Superman avrebbe potuto rubare spazio alla protagonista, soprattutto in un film chiamato a presentare e consolidare il personaggio di Kara. Invece, il film sceglie una strada molto più efficace: lo usa con misura, solo quando la storia lo richiede davvero.

Superman non appare come un evento da celebrare a ogni ingresso in scena, né come una figura destinata a risolvere tutto: la sua presenza serve soprattutto a far emergere il rapporto con Kara e a mettere in luce le differenze tra i due personaggi. È un ruolo secondario, ma non marginale: Clark resta importante, però non diventa mai il vero protagonista del film.

È una scelta significativa, perché dimostra quanto il nuovo DCU abbia capito un punto fondamentale: Superman può esistere anche all’interno della storia di qualcun altro. Può avere peso narrativo, emotivo e simbolico senza trasformarsi automaticamente nel centro gravitazionale del racconto.

Nel vecchio universo DC, Superman era spesso trattato come una figura quasi mitologica. In Man of Steel era inevitabilmente al centro della storia, mentre in Batman v Superman: Dawn of Justice divideva la scena con il Batman di Ben Affleck. Il problema emergeva soprattutto in Justice League, dove il film avrebbe potuto costruire un equilibrio più corale tra i vari eroi.

In entrambe le versioni del film, però, il ritorno di Superman finiva per alterare gli equilibri del gruppo. L’Uomo d’Acciaio appariva troppo potente, troppo decisivo e troppo superiore agli altri per essere percepito semplicemente come uno dei membri della squadra. Quando entrava davvero in gioco, il racconto sembrava inevitabilmente piegarsi intorno a lui.

Questo non significa che l’approccio di Snyder fosse privo di fascino. Al contrario, la sua versione di Superman puntava proprio sulla dimensione epica e quasi divina del personaggio. Ma in un universo condiviso, questa impostazione rendeva difficile usarlo in modo flessibile. Superman era o il fulcro della storia, o una presenza tenuta fuori campo: mancava una zona intermedia.

Il Superman di David Corenswet nasce invece con caratteristiche diverse. È ancora un simbolo di speranza, ma viene raccontato come un eroe più accessibile, più abituato al confronto e più inserito in una rete di relazioni. Non perde la sua grandezza, ma appare meno distante rispetto alla versione precedente.

Questa impostazione lo rende più facile da inserire e da allontanare dalla scena quando serve. In Supergirl, Clark può entrare nella storia senza schiacciarla, perché il film non lo presenta come una soluzione assoluta a ogni conflitto. La sua presenza non serve a risolvere il percorso di Kara, ma a renderlo più complesso.

Proprio attraverso il punto di vista di Kara, il film riesce anche a rileggere Superman in modo interessante. Il suo ottimismo, di solito uno dei tratti più luminosi del personaggio, assume una sfumatura diversa quando viene messo a confronto con il trauma della cugina. Clark è cresciuto sulla Terra, in una famiglia amorevole, mentre Kara porta con sé il peso della distruzione di Krypton e di una perdita molto più consapevole.

Per questo, il tentativo di Clark di aiutarla può apparire sincero ma anche limitato. Il suo desiderio di riportarla sulla strada giusta nasce da buone intenzioni, ma rischia di sembrare quasi una pressione a superare il dolore troppo in fretta. È una prospettiva che non indebolisce Superman, ma lo rende più umano e meno infallibile.

La vera forza di Supergirl sta quindi nel modo in cui riesce a usare Superman senza lasciarsi dominare da lui. Il film riconosce l’importanza del personaggio, ma non sacrifica Kara per celebrarlo. Al contrario, lo utilizza per approfondire la protagonista e, allo stesso tempo, aggiungere nuove sfumature a Clark.

È un passaggio importante per il futuro del DCU. Se Superman può comparire in altri progetti senza oscurare gli altri eroi, allora l’universo costruito da James Gunn ha molte più possibilità di funzionare come racconto condiviso. Non tutti i film devono ruotare attorno all’Uomo d’Acciaio, ma la sua presenza può comunque arricchirli.

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