Non tutto l’orrore ha bisogno di manifestarsi apertamente per far rabbrividire lo spettatore. In Starve Acre (2023), il disagio prende forma in modo lento e inesorabile, insinuandosi tra silenzi, sguardi e paesaggi che sembrano custodire qualcosa di irrisolto. Il film di Daniel Kokotajlo costruisce un’atmosfera densa e opprimente, in cui ogni elemento – dalla natura che circonda i protagonisti ai ricordi che riaffiorano – contribuisce a creare una tensione sottile ma costante.
Ambientato negli anni ’70, il film segue Richard e Juliette, una coppia che decide di trasferirsi nella casa d’infanzia di lui, immersa nella campagna dello Yorkshire. La scelta nasce dal desiderio di offrire al figlio Owen una vita più sana, lontana dalla città, nella speranza che l’aria di campagna possa alleviare la sua grave forma di asma. Ma il cambiamento non produce gli effetti sperati: il bambino fatica ad adattarsi, appare sempre più inquieto e il suo comportamento diventa progressivamente difficile da decifrare.
La situazione raggiunge un punto critico quando Owen compie un gesto improvviso e disturbante, rompendo definitivamente l’equilibrio familiare. Durante una seduta con uno psicologo emerge un dettaglio destinato a segnare la direzione del racconto: il bambino parla di un amico immaginario, Jack Grey. Un nome che per Richard non è affatto innocuo, ma legato a un passato doloroso e a ricordi che ha sempre cercato di tenere sepolti.
Da qui, Starve Acre si trasforma in un’indagine sul trauma e sulla memoria, abbandonando qualsiasi forma di rassicurazione narrativa. Il film non costruisce misteri da risolvere, ma lavora sulla consapevolezza: lo spettatore percepisce fin da subito che qualcosa non va, ed è costretto a restare immerso in quella sensazione, senza vie di fuga.
Il paesaggio gioca un ruolo fondamentale. Le campagne dello Yorkshire, riprese con inquadrature statiche e contemplative, diventano uno spazio sospeso, tanto affascinante quanto opprimente. In questo contesto, ogni dettaglio assume un significato preciso: ossa sepolte, radici che riaffiorano dal terreno e la presenza inquietante di una lepre trasformano la natura in un’estensione concreta del dolore dei personaggi.
Tra tutti i simboli, è la quercia abbattuta nella proprietà a rappresentare il cuore emotivo del film. Per Richard, quel luogo non è solo un ricordo, ma una ferita aperta: un legame diretto con le superstizioni e la crudeltà del padre, e con un’infanzia segnata dalla paura. Il passato, in Starve Acre, non è mai davvero lontano temporalmente, ma continua a contaminare il presente.
Il contrasto tra razionalità e bisogno emotivo emerge con forza nel percorso dei due protagonisti. Richard si rifugia nella dimensione accademica, cercando di interpretare ciò che accade attraverso strumenti razionali e scientifici. Juliette, al contrario, si lascia guidare da una fragilità sempre più evidente e si affida a una medium, aprendo la porta a una dimensione spirituale e ambigua.
Questo dualismo accompagna la coppia verso una progressiva disgregazione, mentre il film si addentra in territori sempre più incerti, dove il confine tra realtà, memoria e superstizione diventa sempre più sottile. Più che un horror nel senso tradizionale, Starve Acre si configura come un’esperienza emotiva e sensoriale, capace di trasformare il lutto e il trauma in immagini persistenti. Si insinua lentamente nella mente dello spettatore senza mai concedere una vera liberazione e, proprio per questa sua caratteristica, può essere definito uno dei folk horror più disturbanti e intensi degli ultimi anni.
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Fonte: Collider
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