Passare da Woody Allen a un piccolo corto indipendente intitolato Zinì e Amì: strana la vita per Alessandro Tiberi, da stagista sfigato di Boris a protagonista di uno degli episodi di To Rome With Love di Woody Allen, e poi di nuovo in un progetto piccolo e pieno di passione come quello di Pierluca Di Pasquale. Che è uno dei tre vincitori dell’edizione 2012 di Talenti in Corto, e che ha avuto la fortuna di poter dirigere sul set anche un mito della comicità come Silvio Orlando. Non sarà fin troppo facile girare un corto di qualità visti i presupposti? L’abbiamo chiesto direttamente a Tiberi…

Best Movie: Prima di cominciare, complimenti per il ruolo da protagonista nell’ultimo film di Woody Allen!
Alessandro Tiberi: «È stata un’esperienza incredibile, si può immaginare che cosa significhi per uno che fa il mio lavoro. Io quasi non ci credo ancora…»

BM: Com’è passato da To Rome with Love a fare un cortometraggio indipendente?
AT: «È stato molto semplice, ho sempre fatto corti in carriera e mi è sempre piaciuto lavorare per opere prime. Tra l’altro questa era legata al Solinas che è una delle poche realtà in Italia che funziona bene, quindi ero contento di entrare a far parte di un progetto, anche perché le modalità di scelta delle sceneggiature per Talenti in Corto sono molto democratiche: vengono mandate anonime e quindi si basa tutto sulla meritocrazia. Per un giovane regista che manda la sceneggiatura l’essere preso mi sembra molto bello. I corti secondo me sono un’espressione fantastica di questo lavoro»

BM: Lei quindi ha un ottimo rapporto con i corti.
AT: «Credo che tutti quelli che fanno questo lavoro ce l’abbiano. Chi ama il cinema a un certo punto della sua vita professionale si è messo in gioco con un corto, che è più realizzabile di un film e ha bisogno di una struttura forte. Poi quando mi hanno detto che questi corti andavano al cinema prima dei film sono stato conquistato: ricordo dieci anni fa quando c’erano i corti della Pablo di Gianluca Arcopinto che venivano proiettati nei cinema e io avevo la possibilità di vedere piccoli capolavori gratuiti; capitava che mi ritrovassi a commentare più il corto che il film che andavo a vedere. È una delle uniche possibilità che ha chi comincia a fare questo lavoro di misurarsi realmente con il cinema. Oggi il rischio è che anche i corti migliori vadano solo ai festival: che per fortuna che esistono, ma reinserirli in un circuito mi dà l’idea di qualcosa di positivo verso chi fa questo lavoro».

BM: Si è un po’ persa questa sorta di “educazione al corto”…
AT: «Sì, e Talenti in Corto è quasi un’anomalia nel panorama italiano. All’estero c’è più attenzione alle opere prime, in Italia questo manca totalmente: o un film ha budget e pubblicità oppure è soggetto alla legge del primo weekend, per cui o va bene oppure scompare; e magari passa il messaggio che il film è brutto. I corti possono sopperire alla carenza di circuiti indipendenti, che danno possibilità a certi film di sopravvivere».

BM: Anche se un corto così di fatto ha un valore più di curriculum che economico…
AT: «Certo, serve per lasciare un ricordo nello spettatore ed è anche un modo per misurarti: è difficile che come opera prima ti diano un film. Il bello dei corti è che non nascono legati al business ma dall’esigenza di raccontare certe storie, di divertire. Mentre nel cinema italiano vanno di moda le storie sull’onda dei successi precedenti. I corti sono una boccata di ossigeno in questo ambiente un po’ asfissiante, e anche per un attore sono una palestra, un modo per mettersi in gioco»

BM: È anche interessante confrontarsi con un regista giovane che è alla prima esperienza.
AT: «Sarebbe ingiusto paragonare professionalmente un esordiente con, chessò, Woody Allen, ma io credo che il cinema, il set, sia sempre uguale, con le stesse regole a qualsiasi latitudine e a qualsiasi epoca. Quello che cambia sono le tecnologie, i mezzi. La cosa bella del regista del mio corto è che aveva voglia di raccontare questa storia».

BM: Nel corto, oltre a lei, ci sono anche Silvio Orlando e Sascha Zacharias… non è un po’ una “scorciatoia” per un regista metterlo a lavorare con dei professionisti?
AT: «Forse sì, ma Pierluca Di Pasquale viene da altri corti; questa è sì la prima volta che si misura con attori professionisti, ma altrimenti come si fa a imparare? Avere uno come Silvio Orlando è stata un’emozione anche per me. È un mito, ha parecchie di cose da insegnare».

BM: Quindi un concorso del genere è solo da incoraggiare.
AT: «Come dicevo, Talenti in corto è quasi un’eccezione e sono contento che esista, ma dovrebbero essercene molte di più, di eccezioni così. Sarebbe bello destinare sale cinematografiche solo a questo».

BM: E la gente ci andrebbe?
AT: «Chiaro che se uno va a puntare ai grandi numeri del cinepanettone non funzionerebbe, ma c’è gente che studia per fare questo lavoro e sarebbero interessati. È un modo come un altro per fare scuola e sensibilizzare il pubblico. Se alla gente non fai vedere le cose come fanno a giudicare?».

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