Fa caldo. Assai. Fa caldo anche sulla spiaggia, scotta. Allora impreco saltellando e salgo al bar. All’ombra, mentre sudo e bevo, sullo schermo del mio iPhone cosa volete che guardi? Un film? Ma mi leggete? Non c’ho la testa. Finisco a guardare video di tizi che spinano i salmoni spacciati per ASMR, che sono comunque più avvincenti di metà delle serie Netflix: riuscirà il sushiman a togliere l’ultima spina da quella quintalata di carne che sta per diventare il mio prossimo All you can eat? Un thriller di quelli avvincenti, ma so già come finirà e allora vado di video in video cercando quelle robe che guardano i “gggiovani”. D’altronde ho appena compiuto quarant’anni ed è quindi la mia priorità fingere di essere un ridicolo anziano che si finge adolescente. Arrivo a vedere un ragazzetto con un nome strano che spiega per un’ora e un quarto un film che dura un’ora e mezza. Oddio, “spiega” è un parolone: non vengo colpito dalla sua ars oratoria ma dalla sua ostinazione nel fingere di capirci qualcosa. È talmente convinto che diventa convincente. Ne ascolto un paio di minuti sorridendo al suo coraggio e faccio un errore: controllo le visualizzazioni. Centinaia di migliaia. Centinaia di “seguaci” che dicono “Ah, beh, se non è piaciuto a te non lo guardo”. Mi incazzo. Mi ostino. Ne cerco altri. Minuti e minuti di video di ragazzi che definiscono robaccia intellettualoide tutto quello che è uscito in sala prima della loro data di nascita e pontificano su film che non hanno nemmeno capito fino in fondo, trincerandosi dietro nickname presi a caso dall’Internet. Ok, sono vecchio, sono un boomer. Però. Mi si scolpisce proprio a fuoco scarlatto sulla fronte, che essendo spaziosa può contenere fino a quattro lettere: PERÒ. Io capisco che loro abbiano migliaia di follower e per questo si sentano dei piccoli messia, ma un seguito non palesa credibilità. Non ho mai visto questa gente a un festival, a guardare con curiosità un cinema che magari non gli appartiene, lontano, non derivativo. Magari hanno anche studiato cinema, ma li senti citare Tarantino (che cita film italiani di quarant’anni prima) e minimizzare Fellini. Non li ho mai visti alle conferenze stampa dei film che ho fatto (e ne ho fatti: di orrendi e bellissimi, di piccoli e monumentali). Non li ho mai visti in una scuola di cinema di quelle professionali. Non li ho mai visti in una sala di periferia a guardare alle undici di mattina Apocalypse Now. E poi un brivido che mi gela la schiena. Ecco dove li ho visti: alle anteprime milanesi, a farsi selfie e photocall, a portarsi via i gadget. E poi pronti a fare video di un’ora in cui spiegano a modo loro perché gli è piaciuto un film. O stroncarlo. E influenzare migliaia di follower. È colpa loro o di chi li invita? Io – che sono cresciuto leggendo le opinioni di grandi critici che si sono guadagnati competenza e credibilità con gli anni, con le anteprime delle opere prime italiane, con le visioni alle 9 di mattina dei film coreani e poi ancora con 4 film visti in un giorno a Venezia, a Locarno, a Berlino – adesso sono qui a farmi spiegare in un video da qualcuno con un nome posticcio e i capelli tinti perché non ne capisco davvero nulla. Ma per favore. E adesso scatenate su questo boomer i vostri seguaci, dai. Come è misera la vita negli abusi di potere. Soprattutto in quello che, presto, finirà.

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