“Save the planet, kill yourself” diceva un provocatorio slogan degli anni Novanta, quando ancora si parlava di generico “inquinamento” e “buco nell’ozono” e concetti come “riscaldamento globale” o “scioglimento delle calotte” erano confinati ai film di fantascienza (di solito firmati Roland Emmerich). Ne è passata di acqua – sciolta dai ghiacciai, presumibilmente – sotto i ponti negli ultimi vent’anni: oggi la soluzione per dare una svolta al destino del nostro pianeta è la miniaturizzazione, la creazione di una stirpe di umani minuscoli e quindi non-impattanti. Questa, almeno, è la tesi di Downsizing, il nuovo film di Alexander Payne (due volte premio Oscar per Sideways e Paradiso amaro) con Matt Damon e Christoph Waltz, presentato tra gli applausi all’ultimo festival di Venezia: la storia di una Terra al collasso e della bizzarra soluzione escogitata da un gruppo di scienziati norvegesi. Che puntano a rimpicciolire l’intera umanità nel giro di 200 anni, così da creare una nuova versione, compatta e decisamente meno inquinante, della nostra specie; Damon è tra i primi a sottoporsi al trattamento e, se è vero che i risultati sono quelli sperati, è la sua vita ad andare a rotoli, prima per il tradimento della moglie (Kristen Wiig, che prima accetta, poi rifiuta la miniaturizzazione), poi per la difficoltà ad abituarsi alla sua nuova, minuscola condizione.

È probabilmente la prima volta nella storia di Hollywood che un essere umano viene rimpicciolito non per ragioni ludiche, ma come soluzione ai problemi della società. Non è però la prima volta che un attore finisce sotto il raggio restringente e si ritrova alto pochi centimenti: anzi, è da più di mezzo secolo che il cinema e la Tv giocano con l’idea di ridurre le nostre dimensioni, un’ottima scusa per giocare con i set e trasformare oggetti di uso quotidiano in un pericolo, o in un paesaggio surreale e bellissimo. […]

Il servizio completo è pubblicato su Best Movie di gennaio, in edicola dal 28 dicembre

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