Ispirandosi al libro scritto dalla ex moglie Jane Wilde: Travelling to Infinity: My Life With Stephen, il film narra la storia del brillante scienziato Stephen Hawking, dal periodo di studi a Cambridge e la nascita dell’amore tra i due, fino alla loro separazione. La prima parte si concentra quindi sulla vita accademica di Hawking e al suo incontro con Jane, allora giovane studentessa di letteratura. Nel film il momento in cui Stephen formula la sua prima teoria sulla nascita dell’Universo viene fatto coincidere con con la scoperta di essere affetto da una forma di Sclerosi Laterale Amiotrofica e di avere circa due anni da vivere; Jane è la prima a non perdersi d’animo, decidendo di voler stare accanto a lui per tutto il tempo che gli rimane.
L’attenzione si sposta quindi sulla stessa Jane, mostrandoci le sua difficoltà nel gestire da sola la disabilità e l’ego di Stephen sempre più limitato nei movimenti e nella capacità di parlare. Su consiglio della madre Beryl (Emily Watson), la donna per distrarsi si unisce al coro della chiesa in cui farà la conoscenza di Jonathan Jones (Charlie Cox), un musicista con il quale costruirà un rapporto affettivo che forse travalicherà i confini dell’amicizia.

Dai fatti ai personaggi, dalla musica alla regia, tutto in quest’opera è sfiorato con un’impalpabile delicatezza e se da una parte non possiamo che apprezzare la scelta di evitare ogni ridondanza emotiva, chiave di un facile successo di pubblico, dall’altra ci accorgiamo che in vari momenti del film tale finezza rischia di trasformarsi in un’asettica superficialità. Ben presto le scoperte epocali del protagonista vengono ridotte a semplice sfondo per concentrarsi sulla sua vita familiare; tuttavia anche in questo caso ogni contrasto che si viene a creare nel rapporto tra i due viene edulcorato in fretta, riducendo la narrazione ad uno sterile susseguirsi delle vicende della famiglia.

Salvo alcune inquadrature davvero ben fatte l’impatto visivo di La teoria del tutto è decisamente mediocre; il tono della fotografia di Benoît Delhomme tende a cambiare sin troppo spesso e l’eccessivo utilizzo di filtri di diffusione contribuisce a restituire immagini fin troppo surreali. Tuttavia non mancano alcune intuizioni registiche piuttosto interessanti, come il voler affidare gran parte della resa espressiva agli sguardi dei protagonisti: gli occhi sono lo strumento principe della scienza e l’unico mezzo rimasto a Stephen per comunicare direttamente i propri pensieri e sentimenti; in particolare colpisce la rappresentazione della nascita del cosmo riflessa negli occhi del protagonista, che ci ricorda una delle sequenze più famose di Blade Runner.

Eddie Redmayne è irriconoscibile nella sua interpretazione dello scienziato, ma nonostante la sua notevole precisione nella meccanica interpretativa è Felicity Jones che merita il maggior plauso: l’attrice è infatti riuscita a rendere molto chiaro il contrasto tra la Jane apparentemente fragile di cui facciamo conoscenza all’inizio del film e la donna dalla tenacia incrollabile che ha avuto un ruolo fondamentale nel successo del marito.

In conclusione qual è quinbdi quella piccola, elegante equazione capace di spiegare ogni fenomeno fisico? In cosa consiste la teoria del tutto? Marsh prova a dare la sua risposta nell’amore, quella forza capace di creare legami indissolubili con la stessa facilità con cui li spezza; nelle sequenze finali del film il regista ci offre un importante spunto sul quale riflettere; “Guarda che cosa abbiamo fatto insieme”, dice Stephen a Jane guardando i propri figli, più importanti della fisica, più importanti degli ostacoli che hanno dovuto affrontare, più importanti di loro stessi.

Per quanto dura possa essere la vita, laddove c’è vita c’è speranza.
(Stephen Hawking)

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