Dopo sette anni da “Non Pensarci”, il sodalizio Zanasi-Mastandrea-Battiston torna al cinema con la storia di Enrico Giusti (Valerio Mastandrea), il cui lavoro è quello di avvicinare dei dirigenti totalmente incompetenti e irresponsabili che rischiano ogni volta di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta, diventa loro amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. È il lavoro più strano e utile che potesse inventarsi e non sbaglia un colpo, mai.

“Ciò che più mi interessava era parlare del cambiamento, della necessità e dell’ambiguità del cambiare – afferma il regista – E’ un tema che forse mi porto dietro fin dal primo film, anche se stavolta l’ho incluso in una visione più collettiva. Enrico Giusti crede che sia possibile cambiare in meglio le cose ed è disposto a sporcarsi le mani in nome di questo ideale. Di contro egli tende a respingere a non affrontare i conflitti più intimi, ha una vita irrisolta e crede di riuscire ad evitare questa condizione cercando di cambiare il mondo.”

Valerio Mastandrea: “Il copione che ho ricevuto era di mille pagine ma da subito ho capito l’identità di Enrico Giusti, personaggio che però si muove in una trama molto articolata, con una grammatica estranea a Gianni (Zanasi n.d.r.) che di solito preferisce “girare senza punteggiatura”, motivo per cui mi piace il suo cinema. Abbiamo lavorato sul copione per ridurlo e limarlo ma l’essenza di Giusti è rimasta immutata, quella di un uomo convinto di fare una guerra epocale contro la New Economy per dimenticare la sua guerra personale, quella con la propria emotività, la sua rigidità, le sue durezze. Il senso del film e il modo in cui lo abbiamo affrontato è molto profondo, cosi’ com’è profondo e complesso tutto il cinema di Gianni, cinema al quale non rinuncerei mai.”

Giuseppe Battiston nel film interpreta Carlo Bernini e aggiunge che quello del rapporto con il padre e in generale con i genitori è un tema che lega molti dei personaggi: “I nostri figli hanno una capacità di stare al mondo migliore di noi, la generazione che li ha preceduti ha lasciato loro un mondo abbastanza discutibile. Il mio personaggio è la riprova che un figlio ha due possibilità: o seguire le orme del padre e quindi, nel mio caso, andare a fondo, oppure negarlo e cercare di costruire qualcosa di splendente, desiderio legittimo e da assecondare.”

Il materiale narrativo messo al fuoco è molto e Zanasi ha affrontato la produzione “d’istinto, più che a ragionamento”; si è affidato spesso all’improvvisazione sia degli attori sia di chi attore non era, come Filippo de Carli e la già più convincente Camilla Martini. Ciò ha portato a una discutibile resa del prodotto finale, dalla narrazione singhiozzante e poco puntuale che finisce per perdersi nei suoi stessi meandri. D’altra parte è da elogiare il tentativo di uno sguardo diretto a uno dei problemi più grandi dell’attualità lavorativa italiana, ovvero la mancanza quasi totale di umanità all’interno dei consigli di amministrazione, e in generale delle più alte cariche di aziende e società, in particolare nei confronti dei propri dipendenti.

Resta dunque da chiedersi se la felicità sia davvero un sistema complesso o piuttosto un concetto che per essere espresso con chiarezza richiede solo la più aperta e onesta semplicità.

Il film uscirà nelle sale il prossimo 26 novembre.

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© Foto di Cristiano Bacci

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