Ci sono serie che, pur durando pochissimo, lasciano la sensazione di un potenziale enorme rimasto incompiuto. È il caso di The Passage, thriller sci-fi apocalittico andato in onda nel 2019 e cancellato dopo una sola stagione. Con appena dieci episodi, la serie FOX non ha avuto il tempo di sviluppare fino in fondo il proprio universo narrativo, ma resta ancora oggi una gemma dimenticata, soprattutto per chi ha amato The Last of Us.
Il paragone nasce da una premessa che, almeno in superficie, suona familiare: in un mondo minacciato da una pandemia devastante, un ex militare segnato dal dolore riceve l’incarico di portare una bambina speciale presso un gruppo di scienziati convinti di poter usare il suo corpo per salvare l’umanità. Ma The Passage non è una copia della storia di Joel ed Ellie. La serie nasce dai romanzi di Justin Cronin, pubblicati prima del videogioco Naughty Dog, e costruisce un immaginario diverso, sospeso tra fantascienza, horror vampiresco e dramma familiare.
Al centro della vicenda c’è Amy Bellafonte, interpretata da Saniyya Sidney, una bambina orfana scelta come possibile cavia dal misterioso Progetto Noah. A condurla lì dovrebbe essere Brad Wolgast, agente federale interpretato da Mark-Paul Gosselaar. L’obiettivo degli scienziati è studiare un virus capace di generare una forma di vampirismo, nella speranza di trasformarlo in un’arma contro una futura epidemia. Come spesso accade in questo tipo di racconti, però, la ricerca scientifica apre una porta su qualcosa di molto più oscuro.
Il cuore emotivo della serie è il rapporto tra Amy e Wolgast. Lui dovrebbe limitarsi a eseguire gli ordini, consegnando la bambina al laboratorio, ma quasi subito capisce di non poter restare neutrale davanti a ciò che le sta accadendo. Il suo istinto di protezione prende il sopravvento, trasformando la missione in una fuga e il legame con Amy in una forma inattesa di famiglia. È qui che The Passage trova uno dei suoi punti di forza: una dinamica intensa, costruita su fiducia, paura e bisogno reciproco, capace di parlare agli spettatori che in The Last of Us hanno amato soprattutto il rapporto tra un adulto ferito e una ragazzina costretta a crescere troppo in fretta.
A distinguere la serie, però, è anche la natura dei suoi mostri. I cosiddetti virals non sono semplicemente creature aggressive e disumane. Sono persone trasformate dal virus, apparentemente feroci e animalesche, ma ancora attraversate da desideri, ricordi e ossessioni. La loro forza non sta solo nella minaccia fisica, ma anche nella capacità di manipolare gli esseri umani attraverso visioni, sogni e una rete telepatica che li rende inquietanti e seducenti allo stesso tempo.
Questa componente dà a The Passage un’atmosfera particolare. Pur restando dentro il territorio della sci-fi apocalittica, la serie ha qualcosa di profondamente gotico. I virals appaiono spesso nelle visioni come versioni idealizzate di loro stessi, con voci persuasive e una calma quasi ipnotica. Non sono soltanto mostri da cui scappare, ma presenze capaci di insinuarsi nella mente dei personaggi, sfruttandone rimpianti, desideri e fragilità.
Un esempio centrale è Tim Fanning, interpretato da Jamie McShane, il paziente zero del Progetto Noah. Diventato il leader dei virals, Fanning è mosso da ambizioni terrificanti, ma anche da sentimenti ancora profondamente umani. Il suo legame con il dottor Lear e con Elizabeth, la moglie dell’amico di cui è innamorato, aggiunge alla storia una dimensione tragica. Anche quando il virus sembra averlo trasformato in una creatura superiore e predatoria, Fanning resta legato a emozioni riconoscibili: amore, gelosia, rancore e desiderio di possesso.
Tra gli elementi più riusciti della serie c’è anche la prova di Saniyya Sidney. Amy non è scritta come una bambina prodigio generica, né come un semplice simbolo da proteggere. È intelligente, diffidente, ferita, ma ancora capace di sperare. Accanto a lei, Mark-Paul Gosselaar costruisce un Wolgast ruvido e malinconico, un uomo che porta addosso il peso di un lutto e trova in Amy una ragione per opporsi a un sistema disumano.
Il vero rimpianto è che la serie sia stata interrotta prima di poter esplorare fino in fondo il mondo che stava costruendo. Alcuni lettori dei romanzi non apprezzarono le libertà prese dall’adattamento, ma sul piano televisivo The Passage aveva già trovato diversi elementi forti: un rapporto centrale coinvolgente, una minaccia virale inquietante e un universo abbastanza ampio da sostenere molte altre stagioni.
Proprio per questo, oggi The Passage merita una seconda possibilità. Non è una serie perfetta e il suo finale lascia inevitabilmente il senso di un percorso incompleto, ma i suoi dieci episodi restano un esempio interessante di sci-fi apocalittica con un’anima emotiva molto forte. Per chi cerca qualcosa da recuperare dopo The Last of Us, è una piccola gemma dimenticata, cancellata troppo presto ma ancora abbastanza potente da meritare di essere riscoperta.
Fonte: Collider
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