Alle volte la differenza è una questione di colori. Quelli di Alicia Vikander, almeno a Hollywood, non hanno equivalente: una sfumatura di nocciola che dai capelli agli occhi, passando per la pelle, diventa bionda. Figlia di un’attrice e di uno psichiatra, Alicia ha iniziato a farsi notare nel 2012 con il ruolo di Kitty nell’impressionante adattamento di Anna Karenina compiuto da Joe Wright. Ma è solo nell’ultimo anno che ha spiccato il volo nel cinema americano, comparendo in una sequenza impressionante di blockbuster, da Il settimo figlio ad Operazione U.N.C.L.E., passando per Ex Machina, sempre in ruoli da protagonista. E ora il ruolo della pittrice Gerda Wegener, sposata con un uomo che rinnega la propria identità e decide di affrontare – uno dei primi casi al mondo – l’operazione per il cambio di sesso, potrebbe portarla sul palco degli Academy Award, con buone chance di vincere la sua prima statuetta. Insomma, un anno formidabile, coronato dalla love story con Michael Fassbender, conosciuto sul set di The Light Between Oceans, e con il quale ha di recente trascorso una invidiatissima vacanza a Taormina.

Best Movie: La tua carriera ultimamente è decollata, come ti spieghi questo boom improvviso?
Alicia Vikander: «In realtà è dovuto al fatto che i film a cui ho lavorato negli ultimi tre anni stanno uscendo tutti assieme. Quindi sì, in effetti c’è una certa concentrazione di progetti a cui ho partecipato e ora mi ritrovo coinvolta in un sacco di interviste a cui non ero più abituata. Mi sento un po’ travolta, ma sono anche molto orgogliosa».

BM: Immaginavi di riuscire a raggiungere questo livello di fama?
AV: «Non ne avevo idea. Mia madre era un’attrice di teatro e volevo provare a recitare anch’io, ma in Svezia è molto difficile perché non esiste una vera e propria industria cinematografica, al limite puoi fare teatro e qualche film svedese. Ho incominciato così, un paio di film in due anni, che poi mi hanno permesso di viaggiare per Festival ed è lì che ho conosciuto Joe Wright, a Berlino. A quel punto mi si sono spalancate le porte per fare provini e ho iniziato a lavorare molto, ma sinceramente non credevo che la mia carriera potesse svilupparsi in questo modo».

BM: Parlando di tutti gli eventi a cui hai partecipato, va aggiunto che sei stata anche scelta da Luis Vuitton come testimonial.
AV: «Incredibile. Soprattutto se penso che quando avevo 14 anni andavo in giro con le sue borse finte perché non potevo permettermi quelle originali».

BM: Come hai preparato il tuo ruolo in The Danish Girl?
AV: «Prima di tutto avevo l libro a cui è ispirato il film, dal quale ho potuto apprendere molte informazioni. Poi ho fatto delle ricerche sui dipinti, ricerche online, e delle lezioni per interpretare al meglio il ruolo di una pittrice. Noi del cast abbiamo anche incontrato esponenti della comunità transgender: penso sia stato molto utile, anche se il film è collocato in un’altra epoca, in cui non c’erano informazioni o riferimenti su questo tema. Infine ho letto un libro di Leslie Fabian, My Husband is a Woman Now, che mi ha aiutato a capire meglio i personaggi».

BM: Hai incontrato anche persone che hanno avuto esperienze come quella di Gerda, il tuo personaggio?
AV: «Certo. Le persone che hanno dei partner che hanno cambiato sesso sentono una pressante necessità di comunicare la difficoltà di continuare a supportare il partner in questa scelta. Per Leslie, ad esempio, il marito era la persona più importante al mondo, e naturalmente tutti si aspettavano che continuasse ad amarlo. Ma in pochi capiscono che questa situazione ha portato anche lei a un cambiamento radicale. Ed è un aspetto che mi hanno confermato in molti, e uno degli elementi fondamentali che dovevo considerare nell’interpretare il mio personaggio. Ho lavorato molto per riuscire a trasmettere tutte queste emozioni, che riguardano il fatto di dover lasciare andare la persona che ami. È un percorso molto difficile».

BM: Non è certo un argomento molto trattato, specie nel cinema commerciale.
AV: «Questo film porta alla luce un soggetto che parla di una realtà che c’è sempre stata ma che è venuta alla luce solo tra gli anni ’90 e il 2000, ci sono state persone che prima non avevano mai potuto esprimere quello che sentivano, mentre ora questi movimenti hanno aiutato chi voleva perseguire un cambiamento. C’è ancora molto da fare per la comunità transgender e spero che questo film possa aiutare a far parlare della questione».

BM: Di recente sei stata anche in Australia e Nuova Zelanda per The Light Between Oceans, il film che ti ha fatto incontrare Fassbender…
AV (Alicia qui aggira la domanda, ndr):  «In realtà anche se il film è ambientato in Australia, abbiamo girato in Nuova Zelanda e per le ultime due settimane in Tazmania. Io ho una sorella che vive in Australia e che si è sposata proprio mentre eravamo in Tazmania. Mi aveva invitato al matrimonio 8 mesi prima ma alla fine non ci sono potuta andare. È una delle cose più tristi che mi sono capitate in questi due anni, non sono riuscita a organizzarmi. Ho dovuto chiamarla tre mesi prima dicendole che non ce l’avrei fatta».

BM: Cosi non hai nemmeno potuto prendere il bouquet…
AV: «Non penso che ne abbiano avuto uno, forse è una tradizione occidentale, da quelle parti non si usa».

BM: Cosa racconta The Light Between Oceans? È molto romantico?
AV: «Per gran parte del film viene raccontata la storia di questa coppia sposata che gira per l’isola. In effetti al centro del racconto c’è una forte relazione, ma in realtà è la storia di un viaggio e delle conseguenze morali che queste persone devono affrontare per via delle loro scelte».

BM: Ora sarai nel cast del prossimo film della saga di Bourne.
AV: «Mi permetterà di fare qualcosa di diverso da tutto quello a cui ho lavorato finora e credo che Paul Greengrass sia un grande regista, molto aperto. Mi ha fatto leggere uno script con un soggetto molto originale e inusuale rispetto a quanto visto prima, anche se Bourne resta un film pop, sicuramente molto più commerciale di tutto ciò a cui ho lavorato ad oggi».

BM: Sei già stata agli Oscar?
AV: «Sì, l’anno che ero nel cast di A Royal Affair, venne candidato come Miglior Film Straniero».

BM: Ma la prossima volta sarà differente?
AV: «Non possiamo saperlo… (ride)»

BM: Com’è stata l’esperienza agli Oscar?
AV: «Non credevo che il red carpet fosse così lungo!»

L’intervista è pubblicata anche su Best Movie di ottobre, in edicola dal 26 settembre

Foto: Getty

© RIPRODUZIONE RISERVATA