Su Prime Video c’è un piccolo film di fantascienza che non ha mai conquistato davvero l’attenzione del grande pubblico, ma che meriterebbe di essere riscoperto dagli appassionati del genere. Si tratta di The Vast of Night (L’immensità della notte), esordio alla regia di Andrew Patterson, un’opera uscita nel 2019 che riesce a evocare, con pochissimi mezzi, un immaginario a metà strada tra Stranger Things e il cinema più misterioso e meravigliato di Steven Spielberg.
Il paragone può sembrare ambizioso, ma non è affatto casuale. The Vast of Night è ambientato nel New Mexico degli anni Cinquanta e racconta una notte apparentemente ordinaria in una piccola cittadina americana. Al centro della storia ci sono Fay Crocker, giovane centralinista interpretata da Sierra McCormick, ed Everett Sloan, disc jockey radiofonico interpretato da Jake Horowitz. I due intercettano una misteriosa frequenza audio e, da quel momento, iniziano a seguire una pista sempre più inquietante, sospesa tra paranoia, racconti sugli UFO e possibile contatto extraterrestre.
La forza del film sta soprattutto nella sua semplicità. The Vast of Night dura appena 89 minuti, ha un budget ridotto e non prova mai a competere con la fantascienza più spettacolare e visivamente imponente. Al contrario, sceglie una strada più minimale, quasi ipnotica: costruisce il mistero attraverso voci al telefono, rumori di fondo, interferenze radio, centralini, registratori e silenzi. Tutto ciò che in altri film sarebbe solo un dettaglio tecnico, qui diventa il centro stesso della tensione.
È proprio in questo uso della tecnologia quotidiana che emerge il legame con il cinema di Spielberg, in particolare con Incontri ravvicinati del terzo tipo. Come nel classico del 1977, anche qui il contatto con l’ignoto non arriva subito attraverso grandi rivelazioni visive, ma tramite segnali, suoni, anomalie e piccole crepe nella realtà. Una frequenza disturbata, una telefonata, una voce che sembra arrivare da altrove diventano elementi capaci di trasformare una notte qualunque in qualcosa di enorme e inspiegabile.
Allo stesso tempo, il richiamo a Stranger Things è evidente nel modo in cui il film lavora sulla provincia americana, sui segreti nascosti ai margini della comunità e sulla sensazione che qualcosa di impossibile stia accadendo appena fuori campo. Ma, a differenza della serie Netflix, The Vast of Night non punta su mostri, avventure corali o nostalgia pop esplicita. È come se prendesse l’anima più inquieta di Stranger Things e la chiudesse per una notte intera dentro una sala radio, lasciando che siano due ragazzi, un segnale misterioso e il buio attorno a loro a sostenere tutto il racconto.
Il film possiede anche qualcosa di Ai confini della realtà. Non a caso, Patterson incornicia la storia come se fosse un episodio di una fittizia serie antologica intitolata Paradox Theater. Questo espediente rafforza l’impressione di assistere a una leggenda americana raccontata sottovoce, un racconto breve e inquietante che sembra appartenere a un’altra epoca della televisione e della fantascienza. La cornice non è solo un vezzo stilistico: prepara lo spettatore a entrare in una storia in cui l’importante non è avere tutte le risposte, ma lasciarsi attraversare dal mistero.
Una delle scelte più efficaci di The Vast of Night è proprio il modo in cui evita di mostrare troppo. In un’epoca in cui molti film di fantascienza puntano sulla grande immagine, sull’effetto speciale e sulla rivelazione spettacolare, Patterson lavora invece sull’attesa. Il film suggerisce, allude, lascia immaginare. C’è una sequenza particolarmente significativa in cui l’immagine quasi scompare e a restare è soltanto una strana frequenza statica in sottofondo: un momento che dimostra quanto il suono possa essere più inquietante di qualsiasi creatura mostrata in piena luce.
Questo non significa che il film sia statico. Pur essendo costruito in gran parte su conversazioni, ascolti e testimonianze, The Vast of Night riesce a mantenere un ritmo sorprendente. Fay ed Everett diventano una sorta di investigatori improvvisati, e lo spettatore viene trascinato nella loro stessa ricerca. Ogni nuovo dettaglio sembra aprire una possibilità diversa, ogni racconto aggiunge un tassello, ogni pausa aumenta la sensazione che qualcosa stia per accadere.
Il merito è anche della regia, che sfrutta il poco a disposizione con notevole intelligenza. I lunghi piani sequenza, le transizioni fluide e l’attenzione quasi maniacale al suono trasformano una storia piccola in un’esperienza immersiva. La cittadina, inizialmente percepita come uno spazio familiare e chiuso, diventa progressivamente un luogo attraversato da forze incomprensibili. Il mistero sembra espandersi oltre le strade, oltre le case, oltre i confini stessi della comunità.
Forse è proprio questa natura così particolare ad aver impedito a The Vast of Night di diventare un fenomeno mainstream. Non è un film pensato per chi cerca una fantascienza immediata, ricca di azione o spiegazioni. È un’opera più piccola, più paziente, più interessata alla suggestione che alla soluzione. Eppure, proprio per questo, riesce a fare qualcosa che molti film più costosi faticano a ottenere: creare un senso autentico di meraviglia e inquietudine.
Il suo ottimo riscontro critico conferma quanto il film abbia saputo colpire chi lo ha intercettato. Pur restando un titolo relativamente poco visto, The Vast of Night ha ottenuto un’accoglienza molto positiva, anche grazie alla sua capacità di usare il linguaggio della fantascienza classica in modo personale e contemporaneo. Non è soltanto un omaggio a Spielberg, né una versione più contenuta di Stranger Things: è un film con una propria identità, capace di rielaborare quelle influenze in qualcosa di più intimo e misterioso.
Per chi ama la fantascienza fatta di segnali, segreti e domande più che di risposte definitive, The Vast of Night è un recupero perfetto. È un film che dimostra quanto si possa costruire tensione anche senza grandi mezzi, affidandosi alla regia, alla scrittura e alla capacità dello spettatore di immaginare ciò che non vede. Un piccolo gioiello nascosto su Prime Video, ideale per chi vorrebbe ritrovare l’inquietudine di Stranger Things e lo stupore del primo Spielberg in un racconto più asciutto, notturno e sorprendentemente memorabile.
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Fonte: ScreenRant
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