Thor: The Dark World è il secondo tassello della Fase 2 della Marvel, inaugurata lo scorso aprile da Iron Man 3. Tutto parte dal post-The Avengers, con Loki condotto nelle prigioni di Asgard a scontare la sua pena, e Thor a prendersi le responsabilità che gli spettano in quanto diretto erede al trono: il figlio di Odino è impegnato a mantenere l’ordine tra i Nove Regni, impresa che porta a termine con successo. Quello che vediamo nel sequel di Alan Taylor è un Thor più maturo, responsabile, ormai consapevole della sua posizione e lontano dal giovane impulsivo e arrogante del primo capitolo. L’evoluzione del personaggio è palese, e risulta ancor più evidente nel momento in cui Malekith (Cristopher Eccleston), il signore degli Elfi Oscuri – razza in lotta da secoli con il popolo asgardiano -, risorge dalle ceneri per realizzare quello che è sempre stato il suo unico obiettivo: inghiottire l’universo in un’oscurità eterna. Con il suo mondo in pericolo, e la vita dell’amata Jane Foster (Natalie Portman) appesa a un filo, il Dio del tuono è chiamato ad agire in fretta e decide dunque di allearsi con il suo fratellastro per avere la meglio su un nemico implacabile. E qui arriviamo al dunque: gran parte delle aspettative del film erano legate proprio all’improvvisa tregua tra Thor e Loki, i Caino e Abele dei cinecomic. La loro alleanza sembrava dovesse essere il centro della pellicola, e invece si rivela quasi uno specchietto per le allodole, una semplice conseguenza degli eventi. Anzi, paradossalmente gli veniva dato più spazio nel mega-crossover di Joss Whedon, ossia un film corale. Certo, da quando Loki mette il piede fuori dalla propria cella il ritmo del film subisce una sterzata notevole (il primo atto è fin troppo lento), con Tom Hiddleston – che ruba la scena ogni volta che appare sullo schermo – e Chris Hemsworth a scambiarsi botta e risposta taglienti, che valgono il prezzo del biglietto. Ma salvo una singola scena, un confronto autentico tra i due non c’è mai, forse per dare più equilibrio ed evitare che l’uno prevalesse sull’altro.

Dopo un primo momento di sbandamento (e di sincera delusione), però, a mente fredda si capisce quanto tutto sia in piena tradizione marvelliana: l’approfondimento psicologico non è mai stato l’aspetto fondamentale delle storie della Casa delle idee. Gli elementi portanti sono humor, azione, e un unico protagonista: il supereroe. Da questo punto di vista, Thor: The Dark World non sbaglia un colpo: le scene di combattimento sono tante e mozzafiato – e aspettate lo scontro finale, un turbine vertiginoso di scazzottate e salti spazio-temporali da brivido -, le battute si sprecano con una serie di piccole gag che sembrano buttate lì a caso, ma che in realtà sono costruite ad hoc, e Thor è più al centro che mai, con il suo amore per Jane e i dubbi riguardo al suo destino da re.
Differenza importante con il primo episodio la fanno le ambientazioni: il film di Kenneth Branagh si svolgeva prevalentemente tra i corridoi del palazzo reale di Odino, mentre in questo caso gli spazi si aprono a dismisura e vanno dai paesaggi della Norvegia alle cascate dell’Islanda, esaltati da panoramiche che non possono non ricordare le riprese della trilogia di Il Signore degli Anelli. Inoltre, c’è una maggiore esplorazione del mondo di Asgard, la città d’oro, uno spettacolo per gli occhi non appena ci spalanca le sue porte: la sua luminosità e ricchezza sono perfettamente in contrasto con la desolazione e le tenebre che circondano Svartalfheim, il regno degli Elfi Oscuri.

La Marvel ha chiaro ormai da molto tempo in che direzione spingere il suo progetto, ma Thor: The Dark World è un ottimo pretesto per porsi la classica domanda da un milione di dollari: qual è la ricetta del cinecomic perfetto? Un regista come Christopher Nolan avrebbe sguazzato nelle dinamiche psicologiche di un rapporto come quello tra Thor e Loki, analizzandolo nel minimo dettaglio. Ma come ben sappiamo, l’operazione Uomo d’Acciaio ha diviso nettamente pubblico e critica. La dimensione noir non è applicabile a tutti i supereroi, e la Marvel non l’ha mai fatta propria (ad eccezione di Marvel Noir, una collana di fumetti nata nel 2008 come puro esperimento). Aspettando che l’universo cinematografico della DC Comics si sviluppi, la Casa delle idee, a dispetto di tutto, sembra vederci sempre giusto.

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