Capiamoci, Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali è pieno di difetti: ha enormi buchi nella sceneggiatura, molte scene (soprattutto nel secondo tempo) paiono affrettate e tagliate con l’accetta, e il personaggio che dà il nome al titolo, quella Miss interpretata da Eva Green, è inaspettatamente il più debole, inutile e inconsistente di tutta la narrazione. Eppure, ha anche dalla sua un enorme quanto irresistibile pregio: in questo suo essere pasticciatissimo e incontrollato, l’adattamento del romanzo di Ransom Riggs si rivela il film più freak di Tim Burton da molti anni a questa parte, intriso di un immaginario culturale capace ancora d’incantare con le sue immagini, le sue toccanti bizzarrie.

Lo vediamo fin dai primi minuti che questo non è il blockbuster standard per famiglie: i più piccoli farebbero bene a stare alla larga se non vogliono avere gli incubi per i mesi a venire, giacché il mood ha qualcosa di crepuscolare, ci sono tracce di sangue, macabri villain senza occhi e addirittura degli orrorifici jumpscare. Burton cerca di mediare, ma alla fine proprio non resiste, liberando i suoi mostriciattoli che credevamo avesse ormai rinchiuso nei quadri di Margaret Keane in Big Eyes, e a prendere il via è un esorcismo in diretta che ben presto si trasforma in una festa autocelebrativa: sono le piccole folgorazioni a colpire maggiormente, come l’inaspettata sequenza in stop-motion (e per un attimo Nightmare Before Christmas incontra l’animo più raccapricciante di Toy Story) o l’attacco dell’esercito di scheletri (come in Bones dei The Killers, video musicale diretto da Tim nel 2006).

Per questo La casa dei ragazzi speciali non può essere un film perfetto. Al cineasta non interessa la linearità, quanto mai tutto il contrario: Burton si conferma il cantore per eccellenza della deformità, dei giocattoli rotti, degli ibridi circensi, e ancora una volta, riesce nella miracolosa impresa di costruire una piccola oasi di preservazione in un’industria mainstream che queste cose le ha ormai aborrite da tempo.

Infine, ad arrivare è anche l’immancabile romanticismo: nel suo ammasso di carenze, di attimi in cui “Oddio, se avesse fatto un po’ meglio questa scena sarebbe stato un capolavoro”, è dura non commuoversi almeno un pochino davanti a un perdente che travalica lo spazio e il tempo per trovare a tutti i costi la sua anima gemella, la luce dei suoi occhi, il suo sole-luna-stelle-comete. Esattamente come aveva già fatto un altro personaggio burtoniano prima di lui:

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