Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, Il viaggio (The Journey), in uscita il 30 maggio, porta sul grande schermo la storia vera di due avversari politici nordirlandesi: Ian Paisley e Martin McGuinness, (rispettivamente Timothy Spall e Colm Meaney) e racconta di come uno storico incontro avvenuto nel 2006 nell’abitacolo di una Mercedes abbia cambiato la storia con un accordo di pace sofferto ma duraturo. Ce ne parlano di seguito i due protagonisti.
Come si vestono i panni di personaggi storici così presenti nella memoria del pubblico, senza risultare degli imitatori o delle caricature?
Timothy Spall: «Si cerca innanzitutto di attuare una ricerca d’archivio, in cui si rintracciano le idiosincrasie del personaggio, del modo in cui parla, ma come per qualsiasi altro ruolo ci vuole molta fantasia per creare una connessione tra te e quell’individuo, perché in qualche modo devi diventarlo piuttosto che impersonarlo».
Colm Meaney: «Bisogna assomigliare fisicamente a un uomo realmente esistito, assumere il suo accento, ma non bisogna accontentarsi di questi aspetti superficiali. Il mio personaggio è ancora vivo, ma ho preferito non parlargli. Era meglio – secondo me – trovare la nostra strada per descriverlo. Se mi fossi seduto a un tavolo con lui a parlare del ruolo, avrebbe sicuramente influenzato la storia, perché ha una grande personalità».
Che cosa avete imparato da questo film?
T.S.: «Dobbiamo ricordarci che questo è un film di finzione. Non è un documentario, non è scienza. Abbiamo cercato di compiere un’indagine e di mostrare una polarizzazione. Abbiamo quindi voluto dimostrare come possa esserci un compromesso, una risoluzione tra persone con punti di vista opposti, ideologie diversissime. Pensate al sacrificio personale che hanno dovuto fare questi personaggi, mettendo da parte il loro ethos e farsi anche odiare dai propri seguaci».
C.M.: «La cosa che più mi ha colpito della sceneggiatura è che mostra come le persone più importanti con cui parlare sono proprio i nemici. È facile andare d’accordo con gli amici, ma trovare un punto in comune con il nemico è un’impresa. Ho imparato davvero tanto da questa storia».
La storia del film viaggia sul filo tra tragedia e umorismo. Credete che si possa ridere di tragedie come quelle che hanno diviso gli irlandesi per secoli?
T.S.: «Sul versante umano spesso chi vive una tragedia vede che riesce a superarla con l’umorismo. Infatti, nei regimi totalitari spesso si cerca di eliminare coloro che fanno satira proprio per indebolire il nemico. Io credo che il tono che abbiamo trovato sia molto equilibrato».
Come avete costruito l’alchimia che traspare dallo schermo?
C.M.: «Lavoriamo da tanti anni e credo si raggiunga un momento in cui a fronte di una lunga carriera capisci che questo lavoro lo sai fare. E quindi ci siamo trovati a nostro agio, perché abbiamo potuto giocare questo gioco in piena tranquillità».
T.S.: «Ho grandissima stima per Colm. Quando si lavora con attori molto bravi, si va d’accordo. Non avevamo tempo da sprecare e siamo andati fino in fondo come dei treni».
I due protagonisti rimangono confinati per diverso tempo in uno spazio angusto, l’abitacolo di un’automobile, un escamotage molto teatrale, non trovate?
T.S: «Lo scopo di Nick (Hamm, il regista, ndr) era quello di metterci in una situazione che permettesse di tagliare fuori i politici – tra l’altro entrambi lo erano in modo molto carismatico – e facesse venire fuori le persone. Per vedere come se la sarebbero cavata in una situazione anche molto drammatica, faccia a faccia con chi aveva causato tante perdite tra i propri connazionali».
C.M.: «Nick ci ha spinti a rimuovere l’archetipo del politico e, chiusi in quell’auto, eravamo come due pugili che – round dopo round – combattono un incontro».
The Journey, sostanzialmente, è un film sulla pace. Su quel tipo di dialogo che smantella le differenze e fa trovare un terreno comune di confronto.
T.S.: «Questo film mostra che ci possono essere delle soluzioni anche per uomini implacabili come i nostri personaggi. Due uomini che hanno dovuto mettere da parte il loro ethos e farsi odiare dai loro stessi seguaci, per raggiungere la fine della guerra».
C.M. «La sceneggiatura spiega bene che è molto importante parlare col proprio nemico e non solo con chi ci è amico. Per molto tempo tra Inghilterra e Irlanda del Nord il compromesso è stato praticamente impossibile e credo che questo film abbia mostrato meravigliosamente l’importanza del dialogo con chi la pensa in modo opposto al nostro».
Foto: © Greenroom Entertainment/Tempo Productions Limited
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