«Anche io sono un animale notturno. È qualcosa che mi tormenta da sempre: soffro di insonnia e devo prendere delle pillole per addormentarmi. Lavoro molto di notte, è tutto più pacifico, e mi concentro meglio. Mi piace inviare mail e non ricevere subito risposta, anzi, quando qualche altro animale notturno risponde mi sento un po’ frustrato. Non ho bisogno di troppe ore di sonno: quattro o cinque per me sono ok, e a volte funziono perfettamente anche con tre». Occhi lunghi e vispi, occhi da ragazzino, sopra una barba castana che scolora, e l’immancabile completo scuro allacciato all’ombelico: Tom Ford, reduce da un Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, è di ottimo umore mentre racconta la sua seconda regia, Animali notturni, mélo travestito da thriller – in sala dal 17 novembre – con Amy Adams, Jake Gyllenhaal e Aaron Taylor-Johnson e ispirato al romanzo di Austin Wright Tony & Susan. Il suo esordio, il dolente e poetico A Single Man, era valso al protagonista Colin Firth la Coppa Volpi e una nomination all’Oscar, mentre questa opera seconda potrebbe far puntare i riflettori direttamente su di lui, vista la straordinaria maturità della messa in scena e la perfetta direzione degli attori.

 

Perché hai impiegato così tanto tempo per dirigere il tuo secondo film dopo A Single Man?

«In realtà non mi sono reso conto che sono passati già sette anni, il tempo vola. In questi anni ho avuto un figlio, e ho voluto essere un padre molto presente. Mi sono detto: “Per almeno tre anni non farò nient’altro che concentrarmi su Jack”. Poi, ovviamente, ho anche dovuto seguire la mia attività di stilista. Circa quattro anni fa, però, avevo comprato i diritti di questo libro, Tony & Susan di Austin Wright (1993), e con fatica mi sono messo a scrivere una sceneggiatura prima che l’opzione scadesse. Quello che mi aveva attratto del romanzo era il suo essere una sorta di “avvertimento” a quello che può succedere se non ti prendi cura delle persone che ami».

 

Come descriveresti il personaggio principale interpretato da Amy Adams?

«Penso che lo spettatore non dovrebbe odiare Susan, ma provare una sorta di empatia per lei, e questa è la ragione per cui ho voluto Amy Adams nel ruolo. Animali notturni è un film sulla coscienza di sé: questa donna è vittima della sua educazione, della sua cultura, dell’ambiente in cui è cresciuta. È una donna che non ha fiducia in se stessa, ed è per questo che non dà fiducia ai suoi sogni, non ha la sicurezza per realizzarli».

 

Anche se questo film si basa su un romanzo, possiamo dire che la sceneggiatura è in qualche modo autobiografica?

«Il personaggio di Susan ha molto di me. Come lei, anche io ho avuto la fortuna di vivere quella sorta di materialismo che, secondo la nostra cultura, ci dovrebbe rendere felici. E non voglio dire che non mi piace. Viviamo in un mondo materialista, dobbiamo toccare e possedere oggetti che ci fanno sentire bene, vogliamo vedere cose belle, ma dobbiamo guardare in prospettiva. La cosa più importante nella vita, per me, è la lealtà. Sono insieme alla stessa persona da 30 anni e lavoro con lo stesso team da molto tempo. Una cosa che Susan ha lasciato andar via».

 

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