Non pensiamo di esagerare affermando che pochi luoghi al mondo sono suggestivi come il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze. Impossibile non restare a bocca aperta mentre si osserva il meraviglioso soffitto a cassettoni, con i suoi 42 dipinti incorniciati da magnifici intagli dorati, oppure, sui lati, i sei quadri di Giorgio Vasari raffiguranti altrettante scene di guerra. Uno di questi, la battaglia di Marciano, è un tassello del puzzle di indizi di Inferno, terzo adattamento firmato da Ron Howard di un romanzo di Dan Brown, nelle sale italiane dal 13 ottobre. Il regista, insieme a Tom Hanks, Felicity Jones, Omar Sy, Irrfan Khan e Brown stesso, ha presentato il film proprio nel Salone.

Una volta entrati, Howard e il cast si accomodano sul palco situato presso la Tribuna dell’Udienza, all’epoca (1494) destinata ad accogliere il trono del duca. Firenze è stata una delle location di Inferno (insieme a Venezia e Istanbul) e Howard non ha difficoltà a spiegare quale valore aggiunto sia stata per le riprese: «È impossibile non amare una città come questa, che si trasforma in un vero e proprio personaggio sia nel film che nel romanzo. Amo la sua storia ricca di arte e cultura, così come di misteri. In un posto come questo si possono fare solo belle inquadrature».

Inquadrature di cui è protagonista assoluto Hanks, per la terza volta nei panni del professor Robert Langdon: «Questo personaggio è una benedizione, perché ho sempre avuto difficoltà a essere il tipo più brillante nella stanza. Langdon è coraggioso, curioso, si fa sempre delle domande per trovare le risposte ed è una profonda gioia interpretarlo».

Omar Sy, che interpreta Christoph Bruder, agente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, non nasconde le difficoltà, per un tipo solare come lui, di cimentarsi in un ruolo da duro e cattivo; Felicity Jones, del suo personaggio, la Dr.ssa Sienna Brooks,  esalta la forza e determinazione, confessando quanto l’abbia divertita correre così tanto durante le scene d’azione. Khan invece ricorda quanto sia importante non solo condividere una storia ma anche raccontarla nel modo giusto.

Brown, nel frattempo, ascolta e sorride, cosa che non smette di fare sino al termine dell’incontro. Come vive, però, il fatto che i suoi romanzi vengano adattati per il grande schermo ormai dal 2006? «Per me si tratta semplicemente di una diversa versione della mia storia. Adattare non è mai un’operazione semplice, ma è sempre stato divertente vedere e partecipare ai film di Ron. E con Inferno lui e Tom sono riusciti a cogliere il cuore del romanzo, ovvero i rischi che la sovrappopolazione terrestre potrebbe provocare».

Tutto, infatti, si muove dal pensiero ambientalista e apocalittico di Bertrand Zobrist (Ben Foster), un eccentrico miliardario secondo cui sterminare metà della razza umana attraverso la diffusione di un virus letale, sia l’unico rimedio per evitare l’estinzione completa e farci comprendere i danni che l’ambiente continua a subire al posto nostro. Il dolore come rinascita, con l’Inferno di Dante a rappresentare il perno di questa corsa contro il tempo. «Della Divina Commedia mi ha sempre affascinato la potenza visiva e linguistica – afferma Howard -. E nell’Inferno, Dante usa espressioni e immagini che ritrovo in molti dei film horror che ho visto. La grande sfida è stata proprio riprodurre la sua visione dell’Inferno, che per me invece rappresenta un concetto molto personale, ossia quella sensazione di non riuscire a cogliere tutte le opportunità che ti offre la vita».

Hanks ha un’idea che si riallaccia al film e intende lanciare un messaggio ben preciso: «Come Zobrist condivido l’idea che sia l’uomo il primo responsabile di tutto ciò che il nostro mondo sta attraversando. In un certo senso noi stiamo ricreando l’Inferno di Dante. Il vero inferno per me sarebbe non riflettere sul problema, evitandolo del tutto».

Guarda anche il video del trailer proiettato sul waterscreen appoggiato sull’Arno

 

 

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