Tom Cruise in La Mummia

La Mummia, storico mostro della Universal, è già stato portata al cinema ben 18 volte, ma la casa di produzione ha deciso di scommettere ancora su una delle creature più fortunate del proprio arsenale e di rilanciarla in versione moderna. Superando così, di gran carriera, sia le versioni lontanissime nel tempo (quella di Boris Karloff del ’32, ad esempio, la prima in assoluto), ma anche il film del 1999 firmato Stephen Sommers, ben piantato nell’immaginario delle ultime generazioni.

A partire proprio da La mummia di Alex Kurtzman, l’idea è quella di inaugurare un intero Dark Universe targato Universal, con al suo interno i reboot di Dracula, il Lupo Mannaro, Frankenstein, l’Uomo Invisibile (già in produzione, con Johnny Depp)… Insomma, un universo a tutti gli effetti, capace di pescare nel passato per guardare al presente, alla Marvel e alla DC, alla loro miniera di personaggi cui attingere, a un’idea seriale e tutta contemporanea di epopea.

Un’operazione commerciale di importanza cruciale e senz’altro intelligente e sorprendente, che potrebbe portare in dono delle sorprese non indifferenti e anche alcuni incroci impossibili. Partendo da La mummia  si è voluto iniziare da molto lontano, prendendola larga: siamo naturalmente nell’antico Egitto, dove una principessa destinata al trono locale (Sofia Boutella, attrice franco-algerina già vista in  Kingsman – Secret Service e Star Trek Beyond) viene mummificata, rigorosamente viva, e rinchiusa in una prigione sotterranea perché provvista di inclinazioni troppo maligne e demoniache. L’archeologo Nick Morton (Tom Cruise) si ritroverà sulle sue tracce molti anni dopo e in virtù di una serie di coincidenze e fatalità risveglierà il Male che giace sepolto sotto le sabbie del tempo

Quella di Alex Kurtzman, regista con tanto praticantato televisivo e cinematografico alle spalle, è una versione inedita e tutta al femminile del leggendario mostro della Universal che incrocia in maniera evidente un Indiana Jones che ha il volto e il corpo, come sempre indistruttibile, anche se invaso da una mortale maledizione, di Tom Cruise. Un archeologo che non può rinunciare all’Ethan Hunt della saga Mission: Impossibile, in particolare al suo mix di resistenza fisica, indagini su un mistero intricatissimo, in questo caso esotico e millenario, e sorniona ironia nel contatto con l’altro sesso.

Bollato con eccessiva ferocia dalla critica americana come il peggior film con Tom Cruise di sempre, La mummia del 2017 è in realtà un luna park su larga scala carico di macabre suggestioni, tutto giocato su elementi mitologici  dell’antico Egitto profondamente impregnati di morte, laddove anche la tentazione alla vita eterna non può che passare dalle viscere degli inferi. Un congegno elementare ma ad effetto, nel quale il giocare d’accumulo è una questione di luci che si fanno largo sottoterra e ombre conficcate chissà dove, di intrattenimento popolare e scoperte rabbrividenti, come quella di un’organizzazione con l’obiettivo di studiare i mostri e capitanata dal dott. Henry Jekyll (chiaro rimando letterario), interpretato da un Russell Crowe elegante ma luciferino, capace di intavolare un bel confronto anche fisico con Cruise nel loro duetto in scena.

Guarda agli zombie movie, La Mummia, a tanto cinema avventuroso presente e passato e all’estetica contemporanea dei supereroi con cui è impossibile non fare i conti, ma è un film che dopotutto non può fare a meno proprio del corpo action e anch’esso immortale di Cruise, la cui dannazione e il suo impossibile e insperato superamento sono i perni intorni ai quali ruota l’intera sospensione dell’incredulità e buona parte del meccanismo horror che viene intavolato. La sceneggiatura, firmata da David Koepp, Christopher McQuarrie  e Dylan Kussman, mette insieme una premessa dopo l’altra, in maniera ritmata e incontrollabile, fin dalla seducente Londra del nebbioso prologo, ma nel momento di tirare le somme e di avvicinarsi al finale sa puntare in maniera sapiente su quel caos danzante e torbido di amore e morte così centrale in tutta l’operazione. Con il romanticismo a riguadagnare, nonostante tutto, molto terreno.

Una didascalia iniziale ci fa presente che l’antica Mesopotomia, culla della civiltà, corrisponde oggi all’odierno Iraq, e gli autori sembrano partire, non a caso, quasi con una sorta di depistaggio, ricorrendo a un contesto e a degli elementi da war movie. Ma è solo un’illusione, a mo’ di serissima strizzata d’occhio, perché subito dopo La mummia cambia immediatamente pelle e vira naturalmente su altro, sui suoi reali scopi, sulle mille implicazioni fumettistiche e cinematografiche del proprio immaginario. Basta un attimo per evadere dall’Iraq contemporaneo, con delle luci e un sistema di canali tutto da dissotterrare che conducono a un monumento egizio che, anche se a prima vista non sembrerebbe, è proprio una prigione, una metafora piuttosto letterale delle tante catene con cui il personaggio di Cruise dovrà fare i conti.

Anche l’erotismo, che pure non è assente, fa propria una componente di torbida sensualità corredata di morte, come in un thriller erotico anni ’90 in cui l’amante mortale continua a sognare di essere trafitto al cuore da una concubina egizia e divina, vissuta molto prima di lui ma in grado di spezzare le catene del tempo, di andare oltre la propria stessa fisicità, di sopravvivere al proprio sarcofago ma anche al proprio desiderio di eros e distruzione, di tempesta e di violenza. Il film, orfano del fascino vintage e in fondo fanciullesco del precedente lungometraggio con Brendan Fraser, sembra insistere su questi elementi con un piacere scoperto e molto evidente (c’è anche una scena di nudo di Cruise dentro un obitorio, per dire): un godimento senz’altro contagioso e salutare in cui il pugnale della violenza e dell’assalto viscerale incontra a più riprese la pietra preziosa dell’ambiguità e dell’allusione affilata e seduttiva. Un ibrido a conti fatti piuttosto interessante per un prodotto di questo tipo.

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