Gary Oldman nei panni di Winston Churchill ne L'ora più buia

Maggio, 1940: Winston Churchill (Gary Oldman), pur tra molte ostilità e perplessità, diventa primo ministro della Gran Bretagna. Davanti a lui si spalanca una scelta da far tremare i polsi, tra una possibile pace da intavolare con i nazisti, che nel frattempo stanno mettendo le mani sull’intera Europa, e una guerra da abbracciare costi quel costi, in difesa della patria.

Cosa sia stato Churchill per il Novecento non c’è bisogno del cinema per scoprirlo, perché la Storia l’ha già abbondantemente certificato. Tuttavia L’ora più buia (Darkest Hour) di Joe Wright dimostra che è possibile fare un film su Churchill senza svilirlo o tramutarlo in una semplice macchietta bofonchiante, come spesso ci è capitato di vedere in tante produzioni più o meno modeste e patinate, dove il Primo Ministro dall’aforisma fulminante è un’apparizione fugace e stereotipata.

Qui invece lo sposalizio tra lo stile gonfio di classicità del cineasta inglese, regista di Espiazione e di Anna Karenina, e l’ingombrante, seducente figura di Churchill trova un equilibrio notevole, perché l’uno è al servizio dell’altro, e il film è un congegno a orologeria: puro cinema di parola, dove la magnifica, serratissima sceneggiatura (firmata da Anthony McCarten) asseconda con una scansione implacabile i tempi di una partitura perfetta, sincronizzata sull’one man show del protagonista.

Churchill ha il volto, deformato dal trucco, e il corpo sovraccarico di un mimetico Gary Oldman, uno degli attori più eccezionali e sottovalutati della sua generazione, che con quest’interpretazione sembra davvero il candidato ideale per portarsi a casa un sacrosanto Oscar che ne consacrerebbe a dovere lo straordinario percorso. La sua prova è incredibilmente mimetica – di fatto, Churchill lo riporta in vita – senza mai essere caricata e sovraccarica come spesso accade a tante parti da Oscar, in odor di faccetta e di macchietta.

Churchill nel film di Wright, che gli costruisce intorno un frangente storico sfaccettato e scivoloso, è una voce sola contro il mondo: nei suoi modi spicci e grossolani, corredati da un’ironia e da uno humour caustici e di un’intelligenza affilata come la lama di un rasoio, anche se teatrale e ingombrante, questo capo di Stato che ebbe un ruolo decisivo nel corso del secondo conflitto mondiale, inducendo gli inglesi a non soccombere allo strapotere hitleriano, è il cuore fisico ed emotivo di una messa in scena che pur nella sua equilibrata compostezza trova in più di un’occasione degli squarci di puro cinema.

È il caso del discorso alla nazione immerso in un’abbagliante luce rossastra, nella quale i contorni della necessità politica e quelli dell’urgenza espressiva e retorica, come sempre accade nelle forme della politica, si fondono magistralmente, ma anche del prologo e soprattutto dell’epilogo parlamentare, che è una sinfonia di piccoli gesti luminosi e rivelatori, in cui a Wright basta un movimento della mano sulla fronte per connotare l’arrendevole Neville Chamberlain, al cui sterile pacifismo Churchill subentrò col suo vivido decisionismo.

La confezione estetica e musicale sono lussuose (carezzevole fotografia di Bruno Delbonnel, musiche formicolanti di Dario Marianelli) e al servizio di un film che non può non avere, essendo un lavoro su Churchill, un coefficiente di retorica incorporata, ma che al contempo riesce a farne materia viva e pulsante, nobilmente popolare e puramente cinematografica, il cui idealismo trionfante è il degno, utopico controcampo dei grigiori della Brexit e delle pastoie di un presente privo di appigli, di certezze, di figure alle quali votarsi.

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