Tornare a vincere: intervista a Ben Affleck, il mio schema vincente
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Tornare a vincere: intervista a Ben Affleck, il mio schema vincente

Ritroveremo l’attore in una classica storia di redenzione hollywoodiana in cui, nei panni di un ex promessa del basket universitario, vede la propria vita segnata da un cocktail esplosivo di dipendenze, guai personali e un matrimonio fallito, problemi che richiamano il vissuto privato di Affleck stesso

Tornare a vincere: intervista a Ben Affleck, il mio schema vincente

Ritroveremo l’attore in una classica storia di redenzione hollywoodiana in cui, nei panni di un ex promessa del basket universitario, vede la propria vita segnata da un cocktail esplosivo di dipendenze, guai personali e un matrimonio fallito, problemi che richiamano il vissuto privato di Affleck stesso

In campo come nella vita reale. Molti punti del film Tornare a vincere, e del suo protagonista, ripercorrono tappe simili alla sua vita personale, alti e bassi che ne hanno contrassegnato la carriera. Parliamo dell’attore californiano Ben Affleck: il primo Oscar a soli 25 anni insieme con Matt Damon, Miglior sceneggiatura per Will Hunting – Genio ribelle, poi eccolo in Shakespeare in Love e nel blockbuster Armageddon. Il produttore Michael Bay lo vuole poi per Pearl Harbour, dove incontra la futura moglie Jennifer Garner (2001). Pari pari con successo e fama, lo seguono il primo ricovero in centri di riabilitazione, processi, flop al botteghino, nottate dedicate all’altro amore della sua vita, il poker – a cui accolla la colpa di notti e scelte eccessive –, finché non arriva al matrimonio con la Garner, che gli dà finalmente, oltre a tre figli, quella stabilità mentale che non solo lo aiuta a ritrovare se stesso ma anche ad eccellere ad Hollywood, grazie a progetti come Gone Baby Gone, The Town e Argo, con il quale vince Oscar, Bafta e Golden Globe.

Dopo il divorzio, inizia poi una nuova parabola discendente, che lo ha visto travolto ancora dalle proprie dipendenze. Lo incontriamo a NY dove ci parla di Tornare a vincere, film in cui interpreta un allenatore di basket che, attraverso una squadra di giovani atleti, vive una storia di rilancio e redenzione.

Come hai scoperto questo script?
«Negli ultimi anni ho chiesto al mio agente di cercarmi sceneggiature che fossero più incentrate sul personaggio; progetti che potessero risvegliare la mia capacità recitativa, anche film con budget minori, con performance più impegnative, dove poter esercitare il potere espressivo del silenzio. Per me la comunicazione non verbale è importante quanto un monologo, ho iniziato a fare questo mestiere proprio perché rispetto la recitazione e i vari processi di sviluppo, oltre a sostenere i registi che ritengono essenziali questi momenti».

Come Gavin O’Connor?
«Si, lavorando insieme su The Accountant, abbiamo imparato a fidarci l’uno dell’altro, credetemi non è una cosa facile, è un mutuo rispetto che ti devi guadagnare. Gavin è bravo a bilanciare umore e dramma, quando giriamo facciamo le stesse scene con mood diversi, così che in sala di montaggio lui possa essere più libero di cambiare ritmo e nuance del film, un approccio che funziona perché più creativo».

Continua a leggere l’intervista a Ben Affleck sul numero di aprile di Best Movie, in edicola dal 4 aprile a Milano e dal 7 aprile in tutta Italia 

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