La sparizione di Gianni Amelio. Lo aspettavamo a Venezia, e Il primo uomo è finito a Toronto. Lo aspettavamo a Toronto, per accompagnare la prima mondiale del film, e all’ultimo il regista ha dato forfait.

Pur essendo una coproduzione con l’Italia (Cattleya), Il primo uomo ha un carattere francese abbastanza marcato: è tratto da un romanzo parzialmente autobiografico di Albert Camus, è interamente dialogato nella lingua dei cugini d’oltralpe, e racconta la ferita aperta dell’avventura coloniale in Algeria.

La storia segue in flashback la vita di Jacques Cormery, uno scrittore francese nato e cresciuto in Algeria sotto la morsa educativa dell’anziana nonna e i contrasti con i compagni di classe (per questioni etniche, ma soprattutto perché è un secchione). Bambino silenzioso e sensibile, figlio di una donna timida e assente e di un padre morto durante la prima guerra mondiale quando lui non aveva nemmeno un anno, Jacques è diventato nel tempo un intellettuale della sinistra moderata.

Al suo ritorno in Africa, nel 1957, convinzioni politiche e ricordi privati iniziano a fondersi e influenzarsi reciprocamente: pur legato a quella terra e convinto che debba tornare indipendente, Cormery prende le distanze dalle posizioni più estremiste e rifiuta gli atti terroristici che mettono in pericolo i suoi vecchi amici e la vita della madre anziana.

Il racconto resta comunque legato più alla dimensione biografica e fanciullesca che a quella ideologica (l’unico sussulto è legato alla vicenda del figlio di un vecchio compagno di scuola di Cormery, che viene ingiustamente condannato a morte), e ricorda molto – con i suoi panorami mediterranei e l’insistenza sulla dimensione magica e formativa dell’infanzia – il cinema di Tornatore, da Nuovo Cinema Paradiso all’incipit di Baaria. Con il valore aggiunto della regia controllatissima di Amelio che compone sempre le inquadrature con rigore geometrico, disponendo volti, corpi e strade lungo linee rette e assi di simmetria. (Foto Getty Images)

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